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	<title>Quotidiano Sicilia &#124; Cronaca Sicilia &#124; Notizie, attualità e politica siciliana - Live Sicilia &#187; Scelti per voi</title>
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		<title>Effetto commissario</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 07:57:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Alajmo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Palermo]]></category>
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		<description><![CDATA[(Da Repubblica) Da qualche settimana guardi la tua discarica urbana di riferimento e ti pare diversa. Ti sembra addirittura che non puzzi.
C’è un motivo: la collina di spazzatura sotto casa non è più formalmente imputabile al sindaco Cammarata, e il Commissario Latella è lì da troppo poco tempo per essere ritenuto responsabile.
In questo limbo la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(Da Repubblica</strong>) Da qualche settimana guardi la tua discarica urbana di riferimento e ti pare diversa. Ti sembra addirittura che non puzzi.</p>
<p>C’è un motivo: la collina di spazzatura sotto casa non è più formalmente imputabile al sindaco Cammarata, e il Commissario Latella è lì da troppo poco tempo per essere ritenuto responsabile.</p>
<p>In questo limbo la munnizza acquista una dimensione diversa, perché non è gravata dalla consapevolezza dell’irrimediabilità amministrativa.</p>
<p>Facci caso: è successo in Belgio, felicemente privo di governo per un paio d’anni. È successo al Comune di Bologna con il commissariamento. Sta succedendo in Italia con il governo Monti, i cui provvedimenti di destra vengono accettati anche da chi di destra non è. Ora sta per succedere pure a Palermo. Sei pronto a sobbarcarti da un amministratore quel che da un politico ormai ti farebbe orrore.</p>
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		<title>Palermo, cronaca di una resa</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 11:33:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Palermo]]></category>
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		<category><![CDATA[reportage]]></category>

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		<description><![CDATA[<strong>Il videoreportage di Aldo Cazzullo.</strong>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il videoreportage di Aldo Cazzullo<a href="http://video.corriere.it/palermo-cronaca-una-resa/8a09aa72-422a-11e1-9408-1d8705f8e70e"> (CLICCA E  GUARDA)</a></strong></p>
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		<title>Pdl+Udc di nuovo insieme?  Forse sì. Occhio a Palermo</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 00:21:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Cerasa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Palermo]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Scelti per voi]]></category>

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		<description><![CDATA[(IL FOGLIO) In questa fase di grande sobrietà della politica, per capire quello che si muove sotto il velo della solidarietà nazionale bisogna fermarsi un attimo e farsi un giro in qualche piccola realtà politica territoriale. In questo senso, uno dei migliori contesti da studiare per capire cosa si muove dietro le quinte del clima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(IL FOGLIO) In questa fase di grande sobrietà della politica</strong>, per capire quello che si muove sotto il velo della solidarietà nazionale bisogna fermarsi un attimo e farsi un giro in qualche piccola realtà politica territoriale. In questo senso, uno dei migliori contesti da studiare per capire cosa si muove dietro le quinte del clima di unità nazionale è quello che si sta materializzando in Sicilia, e in particolare quello che si sta materializzando a Palermo in vista della prossima campagna elettorale per le comunali.</p>
<p> <strong>E dalle parti del centrodestra</strong>, in effetti, sta succedendo qualcosa di interessante: sta succedendo che proprio nella regione in cui il Pdl berlusconiano ha offerto agli osservatori i primi segnali di difficoltà (due anni fa, per dire, il Pdl, nella regione del famoso 61 a 0 di Forza Italia, fu estromesso nel terzo rimpasto della giunta Lombardo) oggi il Pdl sta provando a fare la stessa cosa che sta tentando a livello nazionale il segretario (siciliano) del partito Angelino Alfano: stringere un patto con l’Udc e lavorare su un progetto comune.</p>
<p><strong>Ebbene, in Sicilia</strong>, a Palermo, quel progetto comune esiste: Pdl e Udc, dopo anni di grande diffidenza, stanno provando nuovamente a dialogare e stanno cercando in particolare di trovare un candidato buono da poter appoggiare insieme in modo coerente. Al momento la persona giusta potrebbe essere il rettore <strong>Roberto Lagalla</strong>, ma di sicuro se in Sicilia il riavvicinamento tra Pdl e Udc (che tra l’altro in questo modo uscirebbe dal terzo polo, che proprio in Sicilia aveva mosso i suoi primi passi) dovesse concretizzarsi la notizia non potrebbe che far piacere a tutti coloro che nel resto d’Italia sognano di poter mettere sempre più a fuoco un nuovo centrodestra ispirato al modello del Ppe.</p>
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		<title>Le indennità (indifendibili)  dei deputati della Sicilia</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 11:17:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gian Antonio Stella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Scelti per voi]]></category>
		<category><![CDATA[deputati]]></category>
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		<description><![CDATA[Domanda facile facile: fanno più danni all&#8217;immagine della politica certi titoli critici sui giornali o le regolette che permettono a un deputato regionale siciliano d&#8217;incassare complessivamente 14.808 euro netti al mese? E che il presidente di una commissione dell&#8217;Ars possa arrivare a prenderne 17.476 netti al mese è davvero un «costo della democrazia» da pagare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Domanda facile facile:</strong> fanno più danni all&#8217;immagine della politica certi titoli critici sui giornali o le regolette che permettono a un deputato regionale siciliano d&#8217;incassare complessivamente 14.808 euro netti al mese? E che il presidente di una commissione dell&#8217;Ars possa arrivare a prenderne 17.476 netti al mese è davvero un «costo della democrazia» da pagare in nome dei nobili ideali? Sono interrogativi inevitabili dopo aver letto ieri mattina, sul Giornale di Sicilia , l&#8217;inchiesta di Giacinto Pipitone sulle tante voci che compongono la busta paga «vera» di un eletto all&#8217;Assemblea regionale isolana. Certo, anche lì, esattamente come a Roma, c&#8217;è chi dice che va calcolata solo l&#8217;indennità pura e semplice. Che in questo caso è di 5.390 euro netti al mese «che possono crescere a 5.642 se il deputato non versa la quota per la reversibilità della pensione».</p>
<p><strong>Niente più che uno stipendio dignitoso.</strong> Poi, però, va aggiunto il resto. E cioè altri 3.500 euro di diaria (meno 225 euro di trattenuta al giorno a chi si assenta ingiustificato) per il soggiorno a Palermo, soldi che incassano tutti, anche quelli che sono nati e cresciuti e ancora vivono nei dintorni di piazza Politeama. Più altri 4.178 per lo «svolgimento del mandato», che teoricamente dovrebbero essere usati per pagare uno o due collaboratori e invece troppo spesso sono girati solo in minima parte a portaborse arruolati con un tozzo di pane e la promessa di una candidatura. E siamo già, minimo, a 13.068 euro netti.</p>
<p><strong>Ma non basta ancora</strong>. Spiega infatti il documento ufficiale «Trattamento economico dei Deputati dell&#8217;Assemblea regionale siciliana», che «per le spese di trasporto (ferroviario, aereo e marittimo) è previsto un rimborso spese forfettario annuo di euro 10.095,84», vale a dire 841 al mese. Più «una somma annua di 4.150,00 euro per le spese telefoniche, inclusi i servizi di connettività», cioè altri 345 al mese. Più «una indennità di trasporto su gomma», parole testuali, «per le spese sostenute per raggiungere la sede dell&#8217;Assemblea il cui ammontare annuo è pari a euro 13.293,00 per il Deputato che debba percorrere una distanza massima di 100 km, è pari a 15.979,00 se la distanza da percorrere è superiore a 100 km». Per capirci: un consigliere regionale residente a Cefalù incassa altri 1.107 euro mensili, uno che vive a Trapani altri 1.331.</p>
<p><strong>E chi abita a Palermo?</strong> Varranno almeno per lui le regole di tutti i lavoratori del pianeta che non vengono rimborsati per andare in ufficio? No: per andare in Regione la mattina prende anche lui (salvo eccezioni se fa parte del consiglio di presidenza o della giunta regionale) una certa somma, sia pure dimezzata: 6.646 euro. Cioè 554 al mese. Facciamo le somme? Un deputato regionale semplice senza un solo incarico supplementare e residente a Palermo riceve di fatto, ogni mese, 14.808 euro netti. Cioè 177.696 l&#8217;anno, quasi 11 volte di più del reddito pro capite siciliano, che oggi è pari a 66% di quello medio europeo.</p>
<p><strong>Numeri sconcertanti.</strong> Tanto più se messi a confronto con una tabella del Sole 24 Ore sul rapporto tra l&#8217;indennità di base dei vari parlamentari e il Pil pro capite dei vari Paesi europei. Tabella da cui emerge, per fare qualche esempio, che questa indennità è solo del 2% superiore al prodotto interno lordo individuale medio in Lussemburgo, del 66% in Spagna, del 122% in Francia, del 173% in Olanda, del 232% in Austria, del 289% in Grecia e del 488 in Italia.</p>
<p><strong>Ma non basta ancora</strong>. I deputati regionali semplici, senza manco un piccolo grado sulle spalline, sono in Sicilia più rari delle tigri di Sumatra o dei gorilla Beringei congolesi. Nella grande maggioranza, infatti, sono graduati. E aggiungono dunque alle prebende citate (già più alte complessivamente di quelle dovute ai senatori di Palazzo Madama, l&#8217;unica entità alla quale l&#8217;Ars accetta nella sua megalomania di essere comparata) nuove voci di entrate. Spiega dunque il documento ufficiale che ogni parlamentare regionale, se fa anche il segretario di una delle 9 (nove!) commissioni, ha diritto a una indennità supplementare di 414 euro al mese. Se fa il vicepresidente 829, se fa il presidente 3.313. Se poi fa il Questore incamera un surplus di 4.642 euro, se fa il vicepresidente dell&#8217;Assemblea di 5.149, se fa il presidente di 7.724. Tutte somme, per quel che si capisce, sottoposte poi alle normali trattenute.</p>
<p><strong>Vogliamo fare le somme?</strong> Ipotizziamo l&#8217;esistenza di un parlamentare di Trapani (109 chilometri da Palermo: massimo rimborso per il «trasporto su gomma») che faccia il presidente di una qualunque commissione. Ammesso che l&#8217;indennità supplementare venga falciata dall&#8217;aliquota fiscale più alta (43%) finirà per incassare, come dicevamo, tutto compreso, 17.476 euro netti al mese. Pari a 209.712 l&#8217;anno. Quanto i governatori del Maine, dell&#8217;Oregon, dell&#8217;Arkansas e del Colorado messi insieme.</p>
<p><strong>Ma quanto lavorano, poi</strong>, queste commissioni? A sentire molti protagonisti, sgobbano e sgobbano infaticabili dal 1° gennaio a San Silvestro. Non così la pensa, però, il democratico Giovanni Barbagallo che un paio d&#8217;anni fa, tra le perplessità perfino di qualche compagno di partito, chiese di tagliare le indennità supplementari a tutti i colleghi che le percepivano. I conti delle riunioni e delle presenze, infatti, non gli tornavano. A partire dall&#8217;organismo di cui faceva parte lui stesso: «Sono il vicepresidente della commissione Statuto che in questa legislatura si è riunita sei volte in 7 mesi. Eppure io e l&#8217;altro vicepresidente prendiamo un&#8217;indennità aggiuntiva di 829 euro lordi al mese. E il presidente 3.316».</p>
<p><strong>«Demagogo!», gli urlarono</strong>. Il collega Giovanni Ardizzone fu sferzante: «Il costo della politica va commisurato al risultato. E questa Assemblea di risultati ne sta producendo». Tuttavia, aggiunse sarcastico, «chi ha coraggio vada fino in fondo. Se Barbagallo vuole può rinunciare all&#8217;indennità aggiuntiva&#8230;». Sei mesi dopo, preso atto che quella commissione sullo Statuto era davvero indifendibile, il presidente Cascio, tra qualche stupefacente protesta di chi pretendeva di lasciare le cose come stavano, la sciolse: «È stata convocata 16 volte in un anno ma ha svolto appena una decina di sedute perché in altre sei occasioni è mancato il numero legale. In totale i deputati membri hanno lavorato 7 ore e 35 minuti. In un anno».</p>
<p><strong>Il Giornale di Sicilia fece i conti</strong>: in quell&#8217;anno, di sole indennità, la «Statuto» era costata complessivamente 64.656 euro. Il che significa che il presidente Alessandro Aricò aveva preso un supplemento di 87 euro per ogni minuto di riunione. Per un totale di 5.247 euro l&#8217;ora. Caruccia, come commissione. Possiamo dirlo o è anche questo «un attacco demagogico alla democrazia»?</p>
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		<title>Quel razzista di Bocca</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 09:17:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietrangelo Buttafuoco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Palermo]]></category>
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		<description><![CDATA[(Il FOGLIO) Razzista. Non nel senso del ragioniere che se ne va ad ammazzare senegalesi. Ma razzista con l’idea che quelli del sud – e i siciliani in particolare – fossero gente non evoluta, non emancipata, non civile, insomma, gens inferiore rispetto al nord, in questo senso, sì. Lo era.
Giorgio Bocca – buonanima – aveva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Il FOGLIO) <strong>Razzista</strong>. Non nel senso del ragioniere che se ne va ad ammazzare senegalesi. Ma razzista con l’idea che quelli del sud – e i siciliani in particolare – fossero gente non evoluta, non emancipata, non civile, insomma, gens inferiore rispetto al nord, in questo senso, sì. Lo era.</p>
<p><strong>Giorgio Bocca</strong> – buonanima – aveva un’idea precisa dell’Italia e riteneva che “l’Inferno”, ovvero quella categoria dello spirito che fece da Ur-Gomorra a Roberto Saviano, fosse, appunto, il “cimiciaio” di un vasto sud abitato da belve meridionali. Se ne andava in giro per Palermo e se ne ritraeva come se fosse nella plaga flatulenta di un’umanità sciancata.</p>
<p><strong>Antonio Di Grado</strong>, presidente della Fondazione Sciascia, giustamente non se lo può scordare di quella volta quando Bocca, inviato in Sicilia, raccontò di un Leonardo Sciascia in abito bianco, con la paglietta da avvocaticchio, immerso in ragionamenti mafiosi. Ancora oggi nessuno, neppure tra i più devoti innamorati di Bocca, può credere ad una scena simile. Non è possibile che Gian Antonio Stella creda a tutto ciò, né Ezio Mauro che lo ha eletto a bussola. Forse tanti lettori avranno creduto a quel racconto, ma chi è del mestiere sa quanto fosse scivoloso il patto del cronista con la verità. E quello di Bocca è stato un negoziato marchiato dal pregiudizio. Razzista, certo. Bocca viaggiava in Italia e cercava solo ciò che voleva trovare. E fu così che s’inventò uno Sciascia con la coppola. Se solo avesse avuto la convenienza – polemica, per carità – perfino di Saviano avrebbe fatto un camorrista. E non ha avuto tema di consegnare in una delle sue ultime interviste, edite in un video Feltrinelli (“La Neve e il fuoco” di Maria Pace Ottieri e Luca Masella), una sequela di luoghi comuni sul sud degne delle sagre padane, giusto quelle tribù nelle cui vallate avrebbe saputo attingere umori, spurghi e bestemmie. E pubblico.</p>
<p><strong>Seguì la prima Lega</strong>, lavorò per Silvio Berlusconi e il nord è stato la sua platea ideale, un nord speciale dove abitava il “ceto medio riflessivo”, “il girotondo” e “il cattolico adulto”. Era quel mondo tutto sbrigativo e rapace della sinistra conformista, un mondo addolcito dalla convinzione di stare dalla parte giusta ma pur sempre duro nel giudicare quell’umanità lazzarona da redimere a colpi di manette, di tasse e di Costituzione.</p>
<p><strong>Razzista, Bocca</strong>, lo fu non perché si ritrovò ad essere fascista in gioventù ma per quell’azionismo dell’età matura che lo teneva avvinto all’idea di aggiustare l’umanità malata degli italiani.</p>
<p><strong>Non ebbe la possibilità</strong> di fare il salto nel vuoto e ritrovarsi – come Oriana Fallaci, da lui ribattezzata con stizza e genio “Oliala” – tra gli applausi della peggiore destra. Razzismo per razzismo avrebbe potuto uscirsene anche lui con la difesa dell’occidente. Sarebbe bastato sostituire la parola “meridionali” con “musulmani”. Tutto qua.</p>
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		<title>E Dalla Chiesa disse&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 02:24:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Scelti per voi]]></category>

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		<description><![CDATA[di<strong> GIORGIO BOCCA</strong> (La Repubblica-10 agosto 1982) <strong>La Mafia non fa vacanza</strong>, macina ogni giorno i suoi delitti; tre morti ammazzati giovedì 5 fra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia, altri tre venerdì, un morto e un sequestrato sabato, ancora un omicidio domenica notte]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> di<strong> GIORGIO BOCCA</strong> (La Repubblica-10 agosto 1982) <strong>La Mafia non fa vacanza</strong>, macina ogni giorno i suoi delitti; tre morti ammazzati giovedì 5 fra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia, altri tre venerdì, un morto e un sequestrato sabato, ancora un omicidio domenica notte, sempre lì, alle porte di Palermo, mondo arcaico e feroce che ignora la Sicilia degli svaghi, del turismo internazionale, del &#8220;wind surf&#8221; nel mare azzurro di Mondello. Ma è soprattutto il modo che offende, il &#8220;segno&#8221; che esso dà al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e allo Stato: i killer girano su potenti motociclette, sparano nel centro degli abitati, uccidono come gli pare, a distanza di dieci minuti da un delitto all&#8217;altro. Dalla Chiesa è nero: &#8220;Da oggi la zona sarà presidiata, manu militari. Non spero certo di catturare gli assassini ad un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l&#8217;arroganza mafiosa deve cessare&#8221;.</p>
<p><strong>Che arroganza generale?<br />
</strong>&#8220;A un giornalista devo dirlo? uccidono in pieno giorno, trasportano i cadaveri, li mutilano, ce li posano fra questura e Regione, li bruciano alle tre del pomeriggio in una strada centrale di Palermo&#8221;.</p>
<p>Questo Dalla Chiesa in doppio petto blu prefettizio vive con un certo disagio la sua trasformazione: dai bunker catafratti di Via Moscova, in Milano, guardati da carabinieri in armi, a questa villa Wittaker, un po&#8217; lasciata andare, un po&#8217; leziosa, fra alberi profumati, poliziotti assonnati, un vecchio segretario che arriva con le tazzine del caffè e sorride come a dire: ne ho visti io di prefetti che dovevano sconfiggere la Mafia.</p>
<p><strong>Generale, vorrei farle una domanda pesante. Lei è qui per amore o per forza? Questa quasi impossibile scommessa contro la Mafia è sua o di qualcuno altro che vorrebbe bruciarla? Lei cosa è veramente, un proconsole o un prefetto nei guai?<br />
</strong>&#8220;Beh, sono di certo nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell&#8217;interesse dello Stato&#8221;.</p>
<p><strong>Credevo che il governo si fosse impegnato, se ricordo bene il Consiglio dei Ministri del 2 aprile scorso ha deciso che lei deve &#8220;coordinare sia sul piano nazionale che su quello locale&#8221; la lotta alla Mafia.<br />
</strong>&#8220;Non mi risulta che questi impegni siano stati ancora codificati&#8221;.</p>
<p><strong>Vediamo un po&#8217; generale, lei forse vuol dirmi che stando alla legge il potere di un prefetto è identico a quello di un altro prefetto ed è la stessa cosa di quello di un questore. Ma è implicito che lei sia il sovrintendente, il coordinatore.<br />
</strong>&#8220;Preferirei l&#8217;esplicito&#8221;.</p>
<p><strong>Se non ottiene l&#8217;investitura formale che farà? Rinuncerà alla missione?<br />
</strong>&#8220;Vedremo a settembre. Sono venuto qui per dirigere la lotta alla Mafia, non per discutere di competenze e di precedenze. Ma non mi faccia dire di più&#8221;.</p>
<p><strong>No, parliamone, queste faccende all&#8217;italiana vanno chiarite. Lei cosa chiede? Una sorta di dittatura antimafia? I poteri speciali del prefetto Mori?<br />
</strong>&#8220;Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza. Mio padre al tempo di Mori comandava i carabinieri di Agrigento. Mori poteva servirsi di lui ad Agrigento e di altri a Trapani a Enna o anche Messina, dove occorresse. Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel &#8220;pascolo&#8221; palermitano e non nel resto d&#8217;Italia non farebbe che perdere tempo&#8221;.</p>
<p><strong>Lei cosa chiede? L&#8217;autonomia e l&#8217;ubiquità di cui ha potuto disporre nella lotta al terrorismo?<br />
</strong>&#8220;Ho idee chiare, ma capirà che non è il caso di parlarne in pubblico. Le dico solo che le ho già, e da tempo, convenientemente illustrate nella sede competente. Spero che si concretizzino al più presto. Altrimenti non si potranno attendere sviluppi positivi&#8221;.</p>
<p><strong>Ritorna con la Mafia il modulo antiterrorista? Nuclei fidati, coordinati in tutte le città calde?</strong> Il generale fa un gesto con la mano, come a dire, non insista, disciplina giovinetto: questo singolare personaggio scaltro e ingenuo, maestro di diplomazie italiane ma con squarci di candori risorgimentali. Difficile da capire.</p>
<p><strong>Generale, noi ci siamo conosciuti qui negli anni di Corleone e di Liggio, lei è stato qui fra il &#8216;66 e il &#8216;73 in funzione antimafia, il giovane ufficiale nordista de &#8220;Il giorno della civetta&#8221;. Che cosa ha capito allora della Mafia e che cosa capisce oggi, 1982?<br />
</strong>&#8220;Allora ho capito una cosa, soprattutto: che l&#8217;istituto del soggiorno obbligatorio era un boomerang, qualcosa superato dalla rivoluzione tecnologica, dalle informazioni, dai trasporti. Ricordo che i miei corleonesi, i Liggio, i Collura, i Criscione si sono tutti ritrovati stranamente a Venaria Reale, alle porte di Torino, a brevissima distanza da Liggio con il quale erano stati da me denunziati a Corleone per più omicidi nel 1949. Chiedevo notizie sul loro conto e mi veniva risposto: &#8221; Brave persone&#8221;. Non disturbano. Firmano regolarmente. Nessuno si era accorto che in giornata magari erano venuti qui a Palermo o che tenevano ufficio a Milano o, chi sa, erano stati a Londra o a Parigi&#8221;.</p>
<p><strong>E oggi ?<br />
</strong>&#8220;Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. E&#8217; finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?&#8221;.</p>
<p><strong>Scusi la curiosità, generale. Ma quel Ferlito mafioso, ucciso nell&#8217;agguato sull&#8217;autostrada, quando ammazzarono anche i carabinieri di scorta, non era il cugino dell&#8217;assessore ai lavori pubblici di Catania?<br />
</strong>&#8220;Sì &#8220;.</p>
<p><strong>E come andiamo generale, con i piani regolatori delle grandi città? E&#8217; vero che sono sempre nel cassetto dell&#8217;assessore al territorio e all&#8217;ambiente?<br />
</strong>&#8220;Così mi viene denunziato dai sindaci costretti da anni a tollerare l&#8217;abusivismo&#8221;.</p>
<p><strong>IL CASO MATTARELLA</strong></p>
<p><strong>Senta generale, lei ed io abbiamo la stessa età e abbiamo visto, sia pure da ottiche diverse, le stesse vicende italiane, alcune prevedibili, altre assolutamente no. Per esempio che il figlio di Bernardo Mattarella venisse ucciso dalla Mafia. Mattarella junior è stato riempito di piombo mafioso. Cosa è successo, generale?<br />
</strong>&#8220;E&#8217; accaduto questo: che il figlio, certamente consapevole di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, tutto ha fatto perché la sua attività politica e l&#8217;impegno del suo lavoro come pubblico amministratore fossero esenti da qualsiasi riserva. E quando lui ha dato chiara dimostrazione di questo suo intento, ha trovato il piombo della Mafia. Ho fatto ricerche su questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che alza il mirino ai signori del &#8220;palazzo&#8221;. Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato&#8221;.</p>
<p><strong>Mi spieghi meglio</strong>.<br />
&#8220;Il caso di Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi. Forse aveva intuito che qualche potere locale tendeva a prevaricare la linearità dell&#8217;amministrazione. Anche nella DC aveva più di un nemico. Ma l&#8217;esempio più chiaro è quello del procuratore Costa, che potrebbe essere la copia conforme del caso Coco&#8221;.</p>
<p><strong>Lei dice che fra filosofia mafiosa e filosofia brigatista esistono affinità elettive?<br />
</strong>&#8220;Direi di sì. Costa diventa troppo pericoloso quando decide, contro la maggioranza della procura, di rinviare a giudizio gli Inzerillo e gli Spatola. Ma è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo. Così è stato per Coco: magistratura, opinione pubblica e anche voi garantisti eravate favorevoli al cambio fra Sossi e quelli della XXII ottobre. Coco disse no. E fu ammazzato&#8221;.</p>
<p><strong>Generale, mi sbaglio o lei ha una idea piuttosto estesa dei mandanti morali e dei complici indiretti? No, non si arrabbi, mi dica piuttosto perché fu ucciso il comunista Pio La Torre.<br />
</strong>&#8220;Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge, di mettere accanto alla &#8220;associazione a delinquere&#8221; la associazione mafiosa&#8221;.</p>
<p><strong>Non sono la stessa cosa? Come si può perseguire una associazione mafiosa se non si hanno le prove che sia anche a delinquere?<br />
</strong>&#8220;E&#8217; materia da definire. Magistrati, sociologi, poliziotti, giuristi sanno benissimo che cosa è l&#8217;associazione mafiosa. La definiscono per il codice e sottraggono i giudizi alle opinioni personali&#8221;.</p>
<p><strong>Come si vede lei generale Dalla Chiesa di fronte al padrino del &#8220;Giorno della civetta&#8221;?<br />
</strong>&#8220;Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine. La Mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco&#8221;.</p>
<p><strong>&#8220;ERA MEGLIO L&#8217;ANTITERRORISMO&#8221;</strong></p>
<p><strong>Mi faccia un esempio.<br />
</strong>&#8220;Certi inviti. Un amico con cui hai avuto un rapporto di affari, di ufficio, ti dice, come per combinazione: perché non andiamo a prendere il caffè dai tali. Il nome è illustre. Se io non so che in quella casa l&#8217;eroina corre a fiumi ci vado e servo da copertura. Ma se io ci vado sapendo, è il segno che potrei avallare con la sola presenza quanto accade&#8221;.</p>
<p><strong>Che mondo complicato. Forse era meglio l&#8217;antiterrorismo.<br />
</strong>&#8220;In un certo senso sì, allora avevo dietro di me l&#8217;opinione pubblica, l&#8217;attenzione dell&#8217; Italia che conta. I gambizzati erano tanti e quasi tutti negli uffici alti, giornalisti, magistrati, uomini politici. Con la Mafia è diverso, salvo rare eccezioni la Mafia uccide i malavitosi, l&#8217;Italia per bene può disinteressarsene. E sbaglia&#8221;.</p>
<p><strong>Perché sbaglia, generale?<br />
</strong>&#8220;La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa &#8220;accumulazione primitiva&#8221; del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti a la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere&#8221;.</p>
<p><strong>E deposita nelle banche coperte dal segreto bancario, no, generale?<br />
</strong>&#8220;Il segreto bancario. La questione vera non è lì. Se ne parla da due anni e ormai i mafiosi hanno preso le loro precauzioni. E poi che segreto di Pulcinella è? Le banche sanno benissimo da anni chi sono i loro clienti mafiosi. La lotta alla Mafia non si fa nelle banche o a Bagheria o volta per volta, ma in modo globale&#8221;.</p>
<p><strong>Generale Dalla Chiesa, da dove nascono le sue grandissime ambizioni? Mi guarda incuriosito. Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l&#8217;hanno persa tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista come le democrazie pre e post fasciste, Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e il bandito Giuliano, l&#8217;ala socialista dell&#8217;Evis indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzotto e dei Carnevale, la Commissione parlamentare di inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio e ci vuole riprovare.<br />
</strong>&#8220;Ma s&#8217;, e con un certo ottimismo, sempre che venga al più presto definito il carattere della specifica investitura con la quale mi hanno fatto partire. Io, badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere. Mi fido della mia professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati&#8221;.</p>
<p><strong>Si va a pranzo in un ristorante della Marina</strong> con la signora Dalla Chiesa, oggetto misterioso della Palermo del potere. Milanese, giovane, bella. Mah! In apparenza non ci sono guardie, precauzioni. Il generale assicura che non c&#8217;erano neppure negli anni dell&#8217;antiterrorismo. <strong>Dice che è stata la fortuna a salvarlo le tre o quattro volte che cercarono di trasferirlo a un mondo migliore.<br />
</strong>&#8220;Doveva uccidermi Piancone la sera che andai al convegno dei Lyons. Ma ci andai in borghese e mi vide troppo tardi. Peci, quando lo arrestai, aveva in tasca l&#8217;elenco completo di quelli che avevano firmato il necrologio per la mia prima moglie. Di tutti sapevano indirizzo, abitudini, orari. Nel caso mi fossi rifugiato da uno di loro, per precauzione. Ma io precauzioni non ne prendo. Non le ho prese neppure nei giorni in cui su &#8220;Rosso&#8221; appariva la mia faccia al centro del bersaglio da tirassegno, con il punteggio dieci, il massimo. Se non è istigazione ad uccidere questa?&#8221;.</p>
<p><strong>Generale, sinceramente, ma a lei i garantisti piacciono? </strong>Dagli altri tavoli ci osservano in tralice. Quando usciamo qualcuno accenna un inchino e mormora: &#8220;Eccellenza&#8221;.</p>
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		<title>Chi ricorda Maricò Mazzola?</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 06:53:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Aveva tre anni e sembrava appena uscita da un lager nazista. Il viso pallido e scarno, le occhiaie profonde, la testa rasata. Viveva sola nella casa degli orrori, sola con i suoi torturatori. Papà e mamma. Due disperati di una Palermo disperata, abituata a vedere la morte degli uomini e delle cose ad ogni angolo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Aveva tre anni e sembrava appena uscita da un lager nazista</strong>. Il viso pallido e scarno, le occhiaie profonde, la testa rasata. Viveva sola nella casa degli orrori, sola con i suoi torturatori. Papà e mamma. Due disperati di una Palermo disperata, abituata a vedere la morte degli uomini e delle cose ad ogni angolo. Questa è la storia di Maria Concetta, Maricò per i suoi due fratellini più fortunati, ancora vivi in una stanzetta di un istituto di suore. I vicoli che portano a quella casa sono nella città dei panni stesi da balcone a balcone, dei portoni di legno marcio, delle piccole e buie botteghe degli ultimi artigiani. Via dei Calzolai, via dei Coltellieri, via dei Chiavettieri. Ecco piazza Rivoluzione e più giù una stradina in discesa che arriva fino al tugurio al numero civico 11 di vicolo Montesanto.</p>
<p><strong>Finestre da prigione Maria Concetta</strong> è morta qui, massacrata dai genitori, al secondo piano di una cadente costruzione con le finestre simili a quelle delle prigioni, quattro ferri arrugginiti che chiudono un buco. Legata mani e piedi al lampadario, bruciata con le sigarette, seviziata con gli aghi, lanciata contro il muro. Maricò è morta così. Perchè piangeva, perchè si lamentava giorno e notte per i dolori provocati da un femore rotto o dalle ferite ai polsi, perchè faceva pipì nel letto. Nessuno in vicolo Montesanto aveva mai sentito un grido, nessuno aveva mai visto la bimba giocare sulle scale o sul balcone. Particolari spaventosi di una storia spaventosa. Lo sfondo sono le montagne di immondizie che bruciano e pozzanghere maleodoranti di urina e di olio. I testimoni sono don Vincenzo e don Peppino, due vicini di casa del padre e della madre di Maria Concetta. Chi sono invece Francesco Mazzola e Angela Ciaramitaro? Chi sono questi genitori che per tre anni hanno torturato la loro bambina? Risponde don Vincenzo, il padrone della casa dove abitava Maricò: Stavano qui da poco più di un mese, venivano dallo Spasimo, in quel quartiere vivevano in un palazzo sventrato dalle bombe dell&#8217; ultima guerra. Per loro vicolo Montesanto era un paradiso. Risponde don Peppino: Mi ricordo solo che un paio di settimane fa Francesco Mazzola mi ha chiesto un favore. Sì, mi ha detto: Per piacere mi fa usare il suo magazzino per conservare ogni notte la bancarella? Per piacere, lo faccia per i miei figli, io li devo campare onestamente e a loro non deve mancare nulla. Mi ha detto proprio così. E don Peppino aveva accettato. Francesco Mazzola, il padre di Maria Concetta, da una quindicina di giorni utilizzava uno sgabuzzino al civico numero 6 di vicolo Montesanto per conservare la sua bancarella carica di arachidi, semi di zucca essiccati, noccioline, pistacchi.</p>
<p> <strong>Di lavoro</strong> faceva il semenzaro, il venditorie di semi, l&#8217; ultimo gradino nella graduatoria degli ambulanti. Ma Francesco Mazzola, don Ciccio per gli occasionali amici del vicolo, lavorava davvero. Alle otto del mattino alzava la saracinesca dello sgabuzzino e trascinava la sua bancarella in centro, davanti al cinema Nazionale di piazza Politeama. A casa tornava dopo mezzanotte. Ogni giorno la stessa vita, d&#8217; estate e d&#8217; inverno. Sempre a piedi perché la patente gliel&#8217; avevano ritirata per una diffida: un furto di tanti anni fa, una macchia che ancora risultava sulla sua fedina penale. Francesco Mazzola cercava così amici per un passaggio per le feste e le fiere nei paesi vicini, per un posto su un furgoncino capace di arrivare magari sino al lungomare di Mondello. Un uomo violento? Un attaccabrighe? Ecco cosa raccontano i semenzari che lo conoscono: Ci sembrava una brava persona, lavorava per la famiglia. Un disonesto? No, una vittima. Otto anni fa, quando si è sposato, prese la più grande fregatura della sua vita. Per 700 mila lire comprò una motoape che era stata rubata qualche giorno prima. Anche in quell&#8217; occasione passò tanti guai con la polizia. Racconti sinceri che si intrecciano con l&#8217; orrore del crimine, l&#8217; uccisione della figlia. Nessuno sapeva, nessuno immaginava nemmeno cosa facevano questo uomo di 35 anni e la moglie di dieci più giovane nella loro casa. Sono stati i fratellini, Giovanni e Salvatore, due gemelli di sei anni, a svelare tra i singhiozzi e il terrore quello che accadeva ogni notte al secondo piano di vicolo Montesanto. Venti giorni di barbarie Giovanni e Salvatore, che da anni vivono in un collegio a Monreale, dai primi giorni di aprile erano tornati a casa per passare le feste di Pasqua in famiglia.</p>
<p><strong>Venti giorni di barbarie</strong> fino alla morte della sorellina. Quando Maricò piangeva, hanno confermato stamattina i due bambini al magistrato che li ha voluti ascoltare ancora una volta, papà le spegneva la sigaretta sulle braccia, le pungeva il collo con gli aghi, l&#8217; afferrava per i piedi lanciandola contro il muro. La mamma? La mamma non diceva niente, anche lei qualche volta faceva tanto male a Maricò. Poi la follia dell&#8217; altra notte. Dice Giovanni: Abbiamo visto la sorellina appesa al cielo&#8230;. Il cielo era il lampadario della stanza da letto. E Maria Concetta, senza più nemmeno la forza di piangere o di gridare, era legata mani e piedi là sopra, con il capo che penzolava, con le gocce di sangue che cadevano sul pavimento. Di morti ne ho visti tanti, confessa impressionato Francesco Accordino, il capo della sezione omicidi della Squadra mobile, ne ho visti centinaia e centinaia, ma per me ieri è stato un giorno terribile&#8230;. Il referto ufficiale arrivato oggi dall&#8217; istituto di medicina legale: frattura della base cranica, femore sinistro rotto, la cartilagine del padiglione auricolare destro e quella del naso staccata a morsi, saldature di fratture pregresse al braccio sinistro, escoriazioni e ustioni sulle gambe, sulle braccia, ai polsi. Al pronto soccorso dell&#8217; ospedale dei Bambini di corso Tukory i genitori ieri mattina hanno accompagnato così la loro bambina. Era già morta da sei o sette ore in una delle due stanzette di vicolo Montesanto. Una casa piccola ma pulita. L&#8217;ingresso buio, la stanza da letto con un quadro della Madonna e un altro di santa Rosalia sopra un vecchio comò, la stanzetta vicina alla cucina con una minuscola lavatrice appoggiata alla finestra. Maricò è morta nella stanza più grande. Abbiamo trovato tracce di sangue, ricordano i poliziotti della sezione omicidi, perfino sul soffitto&#8230;. In bagno, dentro un mobiletto in plastica, gli strumenti delle torture.</p>
<p><strong> Una cinghia nera senza fibbia</strong> per legare la bimba, una cintura verde sporca di sangue che serviva per frustarla, lacci e corde per immobilizzarla al cielo. Nel lavabo una spugna, la spugna che Francesco Mazzola ha usato per tentare di pulire il pavimento e le pareti sporche del sangue della sua Maricò prima di andare in ospedale. Maria Concetta era immobile, fredda, avvolta in un plaid rosso. Il primario di pediatria dell&#8217; ospedale dei Bambini, il professore Nicola Coniglio, un attimo dopo averla vista ha avuto solo la forza di pronunciare queste parole: Cosa le è accaduto&#8230;? Io, in trent&#8217; anni di carriera, non ho mai visto nulla di simile. La verità è arrivata poi, negli uffici della Squadra mobile, attraverso il racconto dei fratellini. In una stanza vicina papà e mamma intanto negavano. Maria Concetta stamattina è caduta dalle scale. Le bruciature? Se l&#8217; è fatte con il ferro da stiro. Le ferite ai polsi? Si è tagliata con un chiodo. I morsi alle orecchie e al naso? Ha sbattuto contro la lavatrice. Francesco Mazzola e Angela Ciaramitaro sembravano tranquilli, rispondevano a tutte le domande dei poliziotti. A notte fonda sono finiti in carcere, lui all&#8217;Ucciardone e lei alle Benedettine di Termini Imerese. Prima di lasciarsi l&#8217;uomo ha frugato nelle tasche della giacca tirando fuori otto banconote da centomila. Angela tieni, queste quattrocentomila sono per te, per le spese della galera&#8230;. Vendetemi semi e motorino Nel cortile della Squadra mobile era posteggiato ancora un motorino, un Ciao nuovo di zecca. Dottore potete vendermelo?, chiede il semenzaro a un funzionario, e tanto che ci siete vendetemi pure le noccioline. Non mi servono più. Le sue ultime parole prima di sparire dentro un&#8217; Alfetta diretta all&#8217; Ucciardone. Per Maricò nemmeno una lacrima. La madre, silenziosa, stordita da tanta confusione, sembrava quasi sorpresa per le manette. Per loro il magistrato ha ordinato una perizia psichiatrica. Cosa accerterà? Spiegherà mai il perchè di mille torture sulla bambina? Si conoscerà mai la causa scatenante di tanta bestialità? Dopo l&#8217; uccisione di Maria Concetta gli esperti fanno il raccapricciante elenco degli orrori nel chiuso delle famiglie e tentano di spiegare come un padre e una madre decidono di uccidere giorno dopo giorno un loro figlio. Dati ufficiali naturalmente non ce ne sono, ma l&#8217; Associazione italiana per la prevenzione degli abusi all&#8217; infanzia parla di quasi tremila casi di maltrattamenti in famiglia registrati l&#8217; anno scorso e più di quindicimila bambini vittime di violenze sessuali. Storie di bambini senza nome, storie che quasi sempre restano sconosciute.</p>
<p> <strong>Attilio Bolzoni-Repubblica-29 aprile 1987</strong></p>
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		<title>Le nomine dell&#8217;ultimo minuto</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 07:09:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di SERGIO RIZZO (Corriere della Sera) Succedendo a se stesso, Sergio Trevisanato sarà il prossimo presidente dell&#8217;Isfol. Era stato messo a capo dell&#8217;istituto che dipende dal ministero del Lavoro nel 2004 dal secondo governo Berlusconi. Trascorsi indenni gli scampoli del terzo esecutivo del Cavaliere e lo scialbo biennio di Prodi, ecco la riconferma nel 2008. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di SERGIO RIZZO</strong> (Corriere della Sera) Succedendo a se stesso, Sergio Trevisanato sarà il prossimo presidente dell&#8217;Isfol. Era stato messo a capo dell&#8217;istituto che dipende dal ministero del Lavoro nel 2004 dal secondo governo Berlusconi. Trascorsi indenni gli scampoli del terzo esecutivo del Cavaliere e lo scialbo biennio di Prodi, ecco la riconferma nel 2008. Finché a luglio di quest&#8217;anno l&#8217;ente viene commissariato e chi diventa commissario? Ovvio, Trevisanato. Il commissariamento scadrebbe il 31 dicembre quando il 28 ottobre il Consiglio dei ministri procede alla designazione del presidente, su proposta del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Il suo nome? Ovvio, Trevisanato. Il 28 ottobre è il giorno in cui il quarto Berlusconi comincia a traballare di brutto. Circola infatti una lettera dei dissidenti del suo partito («una bufala», dirà sprezzante il Cavaliere) che gli chiedono un passo indietro.</p>
<p><strong>Difficile dire se Trevisanato</strong> debba dire grazie a quella «bufala», fermo restando che l&#8217;iter della sua nomina è appena iniziato e non si sa come finirà. Per il disturbo di presiedere l&#8217;Isfol lo pagano 101.700 l&#8217;anno più un gettone da 90 euro a seduta: soldi che si sommano al suo stipendio da dirigente. Perché si dà il caso che il presidente dell&#8217;ente pubblico Isfol sia anche direttore della segreteria regionale per l&#8217;Istruzione, il lavoro e la programmazione del Veneto. Altri 167.543 euro.</p>
<p><strong>Ma è scontato</strong> che nei giorni del fuggi fuggi generale accadano cose un po&#8217; strane. La nomina di Vincenzo Santoro a commissario del Parco delle Cinque Terre, proprio dopo l&#8217;alluvione, ha suscitato d&#8217;indignazione dei senatori «ecodem» Francesco Ferrante e Roberto Della Seta: «Mentre la nave del governo affonda il ministro dell&#8217;Ambiente <strong>Stefania Prestigiacomo (nella foto)</strong> cerca di piazzare in extremis un suo uomo».</p>
<p><strong>Intanto Gian Paolo Sassi</strong>, avvocato varesino legatissimo al ministro dell&#8217;Interno Roberto Maroni, esponente dell&#8217;unico partito (la Lega Nord) ora all&#8217;opposizione, saliva al vertice dell&#8217;Inail. Per occupare il posto lasciato vacante dalla improvvisa e prematura scomparsa di Fabio Marco Sartori, ex deputato del Carroccio e già segretario particolare di Maroni al Welfare. Uomo competente, Sassi: è stato presidente dell&#8217;Inps. Ma la tempestività di questa decisione stona con l&#8217;indolenza di un esecutivo che ha impiegato mesi per sciogliere un nodo ben più urgente come quella del governatore della Banca d&#8217;Italia.</p>
<p><strong>Ed è francamente impossibile</strong> non mettere in relazione gli smottamenti governativi con alcuni episodi. Come la designazione da parte di Mariastella Gelmini di un nuovo consigliere del Cnr nella persona di Gennaro Ferrara: già capogruppo dell&#8217;Udc al Comune di Napoli e rettore dell&#8217;università Parthenope, l&#8217;ateneo che aveva sottoscritto con la Uil un accordo per fare sconti fino a 60 crediti agli iscritti al sindacato e vanta fra i docenti il record degli intrecci familiari. «Certi consigli di facoltà sembrano Natale in casa Cupiello», commentò con Conchita Sannino di Repubblic a il predecessore del ministro Gelmini, Fabio Mussi.</p>
<p><strong>Per non parlare di quanto è successo</strong> al ministero dei Beni culturali, con le nomine delle commissioni per il cinema. Si dice che fossero pronte da tempo: se è così, il ministro Giancarlo Galan è stato sfortunato. Il quotidiano Secolo XIX non gli ha risparmiato davvero nulla, sottolineando perfino come uno dei nominati, il giornalista politico di Panorama Carlo Puca, fosse autore di una lunga intervista al ministro. Altri pezzi forti del pacchetto di nomine? Gigi Marzullo, conduttore su Rai 1 del contenitore notturno «Cinematografo». Il critico del Mattino Valerio Caprara, ospite fisso della trasmissione nonché presidente della Campania Film commission. Gianvito Casadonte, nome altrettanto familiare agli aficionados del marzulliano «Cinematografo» e presidente del Magna Grecia film festival. Valeria Licastro, salottiera (dice il Secolo XIX ) responsabile romana delle relazioni istituzionali della Mondadori di Berlusconi, consorte del commissario dell&#8217;Agcom Antonio Martusciello, ex parlamentare ed ex giovane leone di Forza Italia. Alessandro Voglino, figura nota fra i militanti della destra aennina, capo della direzione cultura della Regione Lazio. Rosaria Marchese, ex dirigente Rai. Dario Viganò, che il quotidiano genovese qualifica come «presidente delle industrie tecniche dell&#8217;Anica». Lasciamo giudicare ai lettori se la presenza di un critico del calibro di Enrico Magrelli basti a riscattare una performance non esattamente esaltante.</p>
<p><strong>D&#8217;altra parte, si sa</strong>, nelle commissioni ministeriali c&#8217;è sempre un po&#8217; di tutto. In queste, per forza di cose, abbondano nomi che si associano a volti. Per esempio c&#8217;è Anselma Dall&#8217;Olio, altra frequentatrice del «Cinematografo», incidentalmente moglie di Giuliano Ferrara. Per esempio, c&#8217;era Gianluigi Paragone, vicedirettore in quota Lega di Rai 2. E c&#8217;era anche Francesco Pionati, ex mezzobusto del Tg1 trapiantato in politica. Poco nota al grande pubblico invece, Antonia Postorivo. Ma non proprio una illustre sconosciuta: suo marito è il senatore del Pdl <strong>Antonio D&#8217;Alì.</strong></p>
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		<title>E Paolo Borsellino disse alla moglie:  &#8220;Non sarà Cosa nostra a uccidermi&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 11:53:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[GIOVANNI BIANCONI (Corriere della sera)
Il giorno prima di morire Paolo Borsellino confidò alla moglie inquietanti convinzioni sulla propria fine, che considerava imminente: «Era perfettamente consapevole che il suo destino era segnato, tanto da avermi riferito in più circostanze che il suo tempo stava per scadere». Coltivava sensazioni fosche, condivise in uno degli ultimi colloqui con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>GIOVANNI BIANCONI (Corriere della sera)</strong></p>
<p>Il giorno prima di morire Paolo Borsellino confidò alla moglie inquietanti convinzioni sulla propria fine, che considerava imminente: «Era perfettamente consapevole che il suo destino era segnato, tanto da avermi riferito in più circostanze che il suo tempo stava per scadere». Coltivava sensazioni fosche, condivise in uno degli ultimi colloqui con la donna della sua vita: «Ricordo perfettamente che il sabato 18 luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini, senza essere seguiti dalla scorta. Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere. In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo». A nemmeno ventiquattr&#8217;ore da questi cupi presentimenti, alle 16.58 di domenica 19 luglio, dopo una nuova gita nella casa di Carini il giudice saltò in aria insieme a cinque agenti di scorta in via Mariano D&#8217;Amelio, davanti all&#8217;abitazione palermitana di sua madre.</p>
<p><strong>Le dichiarazioni di Agnese Borsellino</strong> sono contenute in due verbali d&#8217;interrogatorio davanti ai pubblici ministeri di Caltanissetta titolari della nuova inchiesta sulla strage di via D&#8217;Amelio, nell&#8217;agosto 2009 e nel gennaio 2010, trasmessi alla Procura di Palermo che indaga sulla presunta trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra. La testimonianza della signora Borsellino consegna altri frammenti di verità su sospetti e turbamenti del magistrato assassinato quasi vent&#8217;anni fa. Dalla fretta di acquisire elementi sulla strage di Capaci in cui era morto il suo amico Giovanni Falcone, nella consapevolezza che presto sarebbe a toccato anche lui &#8211; «prova ne sia che, pochi giorni prima di essere ucciso, si confessò e fece la comunione», dice la moglie &#8211; ai dubbi sui contatti fra rappresentanti delle istituzioni e della mafia.</p>
<p><strong>Alla domanda se il marito le abbia mai detto </strong>di aver saputo «di una trattativa tra appartenenti al Ros dei carabinieri e Vito Ciancimino o altri soggetti appartenenti a Cosa Nostra o a servizi segreti &#8220;deviati&#8221;», la signora Borsellino risponde: «Non ho mai ricevuto tale tipo di confidenza da Paolo, che mai mi riferì di trattative in atto tra Cosa Nostra e appartenenti al Ros e ai servizi &#8220;deviati&#8221;. Non posso tuttavia escludere che egli fosse venuto a conoscenza di una vicenda del genere e non me l&#8217;avesse riferita, in quanto era in genere una persona estremamente riservata».</p>
<p><strong>Ciò nonostante, in un altro colloquio </strong>riferì alla moglie l&#8217;improvviso indizio su una presunta connivenza con Cosa Nostra dell&#8217;allora comandante del Ros, che conosceva da tempo: «Notai Paolo sconvolto, e nell&#8217;occasione mi disse testualmente &#8220;ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu (cioè affiliato a Cosa Nostra, ndr )&#8230;&#8221;. Mi ricordo che quando me lo disse era sbalordito, ma aggiungo che me lo disse con tono assolutamente certo. Non mi disse chi glielo aveva detto. Mi disse, comunque, che quando glielo avevano detto era stato tanto male da aver avuto conati di vomito. Per lui, infatti, l&#8217;Arma dei Carabinieri era intoccabile».</p>
<p><strong>Poi ci furono la frase sul timore </strong>di essere ucciso con la complicità o la colpevole indifferenza di altri soggetti, addirittura di «colleghi», e la rivelazione di un ulteriore sospetto: «Ricordo che mio marito mi disse testualmente che &#8220;c&#8217;era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato&#8221;. Me lo disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la &#8220;mafia in diretta&#8221;, parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano. In quello stesso periodo chiudeva sempre le serrande della stanza da letto di questa casa (l&#8217;abitazione palermitana dei Borsellino, ndr ) temendo di essere visto da Castello Utveggio». Mi diceva &#8220;ci possono vedere a casa&#8221;». Il castello è sul Monte Pellegrino, sede di un centro studi ritenuto una copertura del servizio segreto civile su cui si sono appuntate molte indagini. Ma gli ultimi accertamenti svolti dai pm di Caltanissetta portano a escludere collegamenti tra quella località e la strage di via D&#8217;Amelio.</p>
<p><strong>Che Borsellino fosse a conoscenza dei contatti</strong> del capitano Giuseppe De Donno e del colonnello Mario Mori (all&#8217;epoca ufficiali del Ros, oggi indagati nell&#8217;inchiesta sulla trattativa) con l&#8217;ex sindaco mafioso Vito Ciancimino è un dato acquisito dopo le dichiarazioni dell&#8217;ex direttore generale del ministero della Giustizia Liliana Ferraro, che ne parlò allo stesso Borsellino alla fine di giugno del &#8216;92. Il colloquio avvenne in una saletta dell&#8217;aeroporto di Fiumicino. C&#8217;era anche la moglie del magistrato, che ai pubblici ministeri ha dichiarato: «Mio marito non mi fece partecipare all&#8217;incontro con la dottoressa Ferraro. Anche successivamente, non mi riferì nulla, salvo quanto detto dal ministro Andò (titolare della Difesa, presente anche lui a Fiumicino, ndr ) che, per quello che mi venne riferito da mio marito, disse che era giunta notizia da fonte confidenziale che dovevano fare una strage per ucciderlo, e che ciò sarebbe avvenuto a mezzo di esplosivo. Mi disse che era stata inviata una nota alla Procura di Palermo al riguardo, e che Andò, di fronte alla sorpresa di mio marito, gli chiese: &#8220;Come mai non sa niente?&#8221;. In pratica, la nota che riguardava la sicurezza di mio marito era arrivata sul tavolo del procuratore Giammanco, ma Paolo non lo sapeva. Paolo mi disse, poi, che l&#8217;indomani incontrò Giammanco nel suo ufficio, e gli chiese conto di questo fatto. Giammanco si giustificò dicendo che aveva mandato la lettera alla magistratura competente, e cioè alla Procura di Caltanissetta. Mi ricordo che Paolo perse le staffe, tanto da farsi male a una delle mani che, mi disse, batté violentemente sul tavolo del procuratore».</p>
<p><strong>Agnese Borsellino</strong> aggiunge che dopo la riunione di Fiumicino «mio marito non mi disse nulla che riguardava Ciancimino». I dissapori tra il magistrato antimafia, allora procuratore aggiunto a Palermo, e il capo dell&#8217;ufficio Pietro Giammanco si riferivano anche alla gestione di nuovi pentiti, come Gaspare Mutolo. Ecco perché, a proposito dei timori confessati durante l&#8217;ultima passeggiata sul lungomare, la signora Agnese spiega: «Non mi fece alcun nome, malgrado io gli avessi chiesto ulteriori spiegazioni; ciò anche per non rendermi depositaria di confidenze che avrebbero potuto mettere a repentaglio la mia incolumità&#8230; Comunque non posso negare che quando Paolo si riferì ai colleghi non potei fare a meno di pensare ai contrasti che egli aveva in quel momento con l&#8217;allora procuratore Giammanco».</p>
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		<title>La raccolta indifferenziata  L&#8217;Amia: &#8220;Un caso eccezionale&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 13:43:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Cavallaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Scelti per voi]]></category>
		<category><![CDATA[amia]]></category>
		<category><![CDATA[raccolta differenziata]]></category>

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		<description><![CDATA[(Corriere della Sera) Per convincere i palermitani a farla questa benedetta “raccolta  differenziata” c’è chi incolla alle portinerie dei condomini copia dell’ordinanza comunale con la minaccia di multe e con l’assicurazione che i diversi  contenitori dei rifiuti differenziati, “contrariamente a quanto si dice in  giro”, non vanno in discarica, ma agli impianti di riciclaggio. E [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(Corriere della Sera) Per convincere i palermitani </strong>a farla questa benedetta “raccolta  differenziata” c’è chi incolla alle portinerie dei condomini copia dell’ordinanza comunale con la minaccia di multe e con l’assicurazione che i diversi  contenitori dei rifiuti differenziati, “contrariamente a quanto si dice in  giro”, non vanno in discarica, ma agli impianti di riciclaggio. E invece sabato notte, nel cuore di una città sempre più sporca, è accaduto esattamente il contrario. Come documenta un’immagine eloquente scattata dopo mezzanotte in via Gioacchino Di Marzo, dove un camion dell’Amia compare dopo tre giorni d’assenza con un autista e due addetti che, davanti ad ogni edificio, agganciano i contenitori condominiali, uno marrone e uno grigio, il primo dei residui organici, il secondo del cosiddetto “indifferenziato”, e li rovesciano tutti insieme nel maleodorante gorgo del compattatore.</p>
<p><strong>I due in tuta arancione</strong> si accorgono di un passante che s’affretta a scattare le foto col cellulare proprio davanti ad un garage, l’uscita secondaria un tempo utilizzata dalle auto blindate di Giovanni Falcone, giusto il palazzo in cui abitava il giudice ucciso con la moglie Francesca Morvillo e dove vive la suocera, la signora Morvillo, anche lei ogni giorno alle prese con la differenziata. Ma quei bidoni di diverso colore, lasciati sul marciapiede dal portiere dello stabile nei giorni assegnati, vengono presi tutti contemporaneamente dalla stessa squadra dell’Amia. Come è accaduto nella notte nelle strade a via Libertà, Villa Sperlinga, via Notarbartolo, appunto la strada dell’”Albero Falcone”.<br />
“Noi eseguiamo ordini, direttive superiori”, hanno balbettato gli addetti, mentre dal camion 2176 scendeva l’autista, Benedetto Carrozza, uno dei 2.800 dipendenti di un’azienda al collasso, imbarazzato anche lui per aver mischiato sul suo mezzo i rifiuti che ormai in quasi tutta la città l’azienda impone ai cittadini di separare: “Quando siamo usciti dal deposito di Partanna-Mondello i superiori ci hanno detto di prendere tutto quello che trovavamo e portarlo a Bellolampo”.</p>
<p><strong>Un controllo telefonico</strong> e nella notte echeggia la voce del capo area Pino Corsali: “Il capo settore ci ha ordinato&#8230;”. Uno scaricabarile infine motivato dalla presunta “chiusura per la festività dell’impianto di Marsala”. Motivazione che non convince il cognato di Falcone, il magistrato Alfredo Morvillo: “E’ una beffa per chi come mia madre perde ore a separare i rifiuti”. Stessa amarezza del direttore della Biblioteca comunale Filippo Guttuso, anche lui casa in zona, la sua “differenziata” miscelata con il resto e spedita nella cloaca di Bellolampo, a dispetto dell’ordinanza affissa in portineria per assicurare che carta, plastica e organico “contrariamente a quanto si dice” va al riciclaggio.</p>
<p><strong>La replica dell&#8217;Amia</strong><br />
&#8220;Nel caso denunciato il responsabile della raccolta differenziata riferisce &#8216;di aver disposto eccezionalmente un turno di raccolta indifferenziata perche&#8217; alcuni bidoni di organico, precedentemente non ritirati, erano stati contaminati da frazioni estranee, generando di fatto dei rifiuti urbani misti&#8221;. Lo dice una nota dell&#8217;Amia la società che gestisce la raccolta e lo smistamento dei rifiuti urbani a Palermo dopo un articolo corredato con foto pubblicato sul Corriere della sera che mostra come i rifiuti di diversi contenitori di differenziata vengano gettati tutti in un unico compattatore. &#8220;Tra gli obiettivi strategici dei commissari, sin dal loro insediamento, è sempre stato posto in primo piano quello dell&#8217;aumento della raccolta differenziata &#8211; continua la nota &#8211; Le percentuali di raccolta differenziata, ad oggi, indicano un significativo balzo della stessa dal 4% al 10% in un solo anno. E&#8217;, altresì, vero che esiste una irregolarità nei conferimenti dei cittadini che comportano una restituzione da parte degli impianti di recupero all&#8217;azienda dei materiali differenziati. Ed ancora si rileva un illegittimo abbandono da parte di alcuni cittadini di rifiuti indifferenziati, sopratutto attorno alle campane di vetro, con conseguente immagine di sporcizia dei siti, tanto che più volte è stata richiesto l&#8217;intervento della Polizia municipale&#8221;. &#8220;Si conferma &#8211; conclude &#8211; l&#8217;esigenza di una piena collaborazione al fine di ottimizzare la differenziazione dei rifiuti e si assume l&#8217;impegno di intraprendere tutte le eventuali azioni disciplinari nei confronti dei dipendenti che, per qualsiasi ragione, non dovessero attendere alle disposizioni aziendali&#8221;.</p>
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		<title>&#8220;Perché non mi hanno telefonato?&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 09:04:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Scelti per voi]]></category>
		<category><![CDATA[domenico scilipoti]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>

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		<description><![CDATA[di FABRIZIO RONCONE (Corriere della sera) «Eccomi qua. Cos&#8217;è successo?».
Onorevole Domenico Scilipoti, lo sa bene cos&#8217;è successo.
«No, dico sul serio: cos&#8217;è successo di tanto grave?».
Va bene, se ha deciso di fare quello che&#8230;
«Senta, io sto rientrando adesso a Roma e ho solo intuito che c&#8217;è un po&#8217; di agitazione&#8230;».
Lei la chiama agitazione?
«Mhmm&#8230; Vabbé, il governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>FABRIZIO RONCONE </strong>(Corriere della sera) «Eccomi qua. Cos&#8217;è successo?».</p>
<p><strong>Onorevole Domenico Scilipoti, lo sa bene cos&#8217;è successo.</strong><br />
«No, dico sul serio: cos&#8217;è successo di tanto grave?».</p>
<p><strong>Va bene, se ha deciso di fare quello che&#8230;</strong><br />
«Senta, io sto rientrando adesso a Roma e ho solo intuito che c&#8217;è un po&#8217; di agitazione&#8230;».</p>
<p><strong>Lei la chiama agitazione?</strong><br />
«Mhmm&#8230; Vabbé, il governo è andato sotto, ho capito: ma io, scusi, che c&#8217;entro?».</p>
<p><strong>Il suo voto, il voto del «responsabile» Scilipoti è mancato.</strong><br />
«Ero fuori. Impegni importanti assai».</p>
<p><strong>Tipo?</strong><br />
«Uff&#8230;».</p>
<p><strong>Tipo?</strong><br />
«Uuhhh&#8230; e non insista, la prego».</p>
<p><strong>Insisto: che impegno aveva?</strong><br />
«A Messina, al Tribunale&#8230; avevo una questione&#8230; come dire? Preliminare».</p>
<p><strong>E non poteva rimandare?</strong><br />
«E io le chiedo: i capigruppo della maggioranza non potevano farmi una telefonatina e avvertirmi che il governo rischiava di sprofondare?».</p>
<p><strong>Scilipoti, lei li legge i giornali, no?</strong><br />
«Eh&#8230;».</p>
<p><strong>La verità è che lei non s&#8217;è fatto tanti scrupoli.</strong><br />
«La verità è che nella maggioranza, come appunto raccontano i giornali, c&#8217;è dibattito: e anche io, all&#8217;interno di questo dibattito, ho una posizione aperta».</p>
<p><strong>Continui.</strong><br />
«Scilipoti ritiene&#8230;».</p>
<p><strong>Scusi, sta parlando in terza persona?</strong><br />
«Sì, certo. Scilipoti ritiene che il fatto di stare dentro una maggioranza non paralizza i deputati. Non è che tutto quello che decidono i vari Verdini o Cicchitto è oro colato. Voglio dire: io, lo scorso 14 dicembre, lasciando l&#8217;Italia dei valori e votando la fiducia al governo Berlusconi mi sono immolato per il bene degli italiani. Quindi, sempre per il bene del Paese, ora posso anche fare un passo indietro».</p>
<p><strong>Questa è una notizia.</strong><br />
«Il fatto è che dobbiamo uscire da certi schemi ingessati. Non è che lì a Montecitorio siamo solo per dire sì, o no, a seconda di come ci viene ordinato. Io ho le mie idee su come far uscire l&#8217;Italia da questa crisi. Ma se le mie idee vengono sempre ignorate, poiché ho a cuore le sorti del Paese, posso anche rivedere certe posizioni, e guardarmi intorno&#8230;».</p>
<p><strong>Sta parlando con Scajola e Pisanu?</strong><br />
«Io non ci parlo con quelli che stanno in Parlamento da trent&#8217;anni e si propongono come alternativa a Berlusconi. Non ha senso chiedere a Berlusconi di tornarsene ad Arcore, per poi ritrovarsi davanti facce di signori che frequentano il Parlamento dai tempi di Fanfani&#8230; Ri/nno/va/re! Ri/nno/va/re! Ri/nno/va/re!».</p>
<p><strong>Berlusconi non apprezzerà.</strong><br />
«Berlusconi di qua, Berlusconi di là&#8230; Senta: io, quando feci la scelta che sappiamo, e che m&#8217;è costata cattiverie e insulti, decisi con il Cavaliere un certo tipo di percorso. Ora, visto che le cose non stanno andando come previsto, io entro nel dibattito che s&#8217;è sviluppato dentro la maggioranza, e sto, come dicono quelli che parlano bene, nella dialettica, e mi muovo, ascolto&#8230;».</p>
<p><strong>E poi?</strong><br />
«E poi decido, è chiaro. Scilipoti è uno che decide. Si sa, no?».</p>
<p>(<strong>Domenico Scilipoti</strong>, di anni 54, da Barcellona Pozzo di Gotto &#8211; ginecologo e agopuntore con la passione per l&#8217;Oriente, «ma siccome in Transatlantico c&#8217;è qualche ignorantone, mi scambiano per stregone» &#8211; il 14 dicembre scorso tradì Antonio Di Pietro per sostenere il Cavaliere. Un&#8217;ora dopo il voto, in una piazza vicina a Montecitorio, venti immigrati furono fermati mentre manifestavano in suo sostegno. Identificati dalla polizia, dichiararono di essere stati assoldati proprio da lui, da Scilipoti ).</p>
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		<title>&#8220;Ho il diritto di rifarmi una vita&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 09:33:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Cavallaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Scelti per voi]]></category>
		<category><![CDATA[corleone]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe salvatore riina]]></category>

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		<description><![CDATA[(Dal Corriere della Sera) CORLEONE.  Intanto, sembra di parlare con il suo avvocato. Per la precisione del linguaggio, per il garbo, per l&#8217;attenzione a sfumature e congiuntivi. Lontano mille miglia dall&#8217;idioma paterno impastato di un siculo-italiano alla Camilleri. Niente da vedere con l&#8217;aria del contadino dimesso offerta da Totò Riina per il terzogenito del padrino, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(Dal Corriere della Sera) CORLEONE</strong>.  Intanto, sembra di parlare con il suo avvocato. Per la precisione del linguaggio, per il garbo, per l&#8217;attenzione a sfumature e congiuntivi. Lontano mille miglia dall&#8217;idioma paterno impastato di un siculo-italiano alla Camilleri. Niente da vedere con l&#8217;aria del contadino dimesso offerta da Totò Riina per il terzogenito del padrino, Salvuccio, 34 anni, appena uscito dal carcere di Voghera.</p>
<p><strong>Sembra di parlare </strong>col suo avvocato e, invece, eccolo solo a Corleone, sotto casa di mamma Ninetta, in via Scorsone, pronto per andare al commissariato di polizia, attraversando stradine dove nessuno s&#8217;aspetta di vedere Salvuccio, dato dai giornali in arrivo a Padova. E invece è tornato. Senza che nessuno sapesse. Nemmeno lui che, dopo la mediazione del suo avvocato, aveva accettato di buon grado l&#8217;offerta di un lavoro da impiegato in una Onlus padovana. Ma un vecchio provvedimento impone il passaggio e la firma al commissariato di Corleone. E lui ha preso un aereo. Anonimo e non riconosciuto all&#8217;arrivo al «Falcone e Borsellino». Poi, l&#8217;abbraccio con i cognati e i curvoni della strada ripercorsa dopo tanti anni, sempre zeppa di fossi e avallamenti, con o senza i Riina.</p>
<p><strong>E adesso? Adesso che il sindaco di Corleone,</strong> appresa la notizia, la dichiara «persona non gradita»? Adesso che il governatore del Veneto chiede di non farla andare a Padova perché non vuole più «delinquenti importati da fuori»? «Adesso, dopo 8 anni e 10 mesi sono un uomo libero. Un uomo che ha studiato, si è diplomato, studia all&#8217;università e vuole vivere la sua vita da cittadino di questo Stato riprendendo a lavorare, come è diritto di chi ha pagato il suo conto, come vorrei ricordare a quanti richiamano sempre le regole e le norme della Costituzione».</p>
<p><strong>Forse continuano a rimproverare a lei condannato per mafia e alla sua famiglia un conto aperto con lo Stato e il popolo italiano.</strong><br />
«Chi ha pagato ha diritto o no in questo Paese di rifarsi una vita, anzi a riprendersi quanto, a torto o a ragione, gli hanno tolto?».</p>
<p><strong>Che cosa le avrebbero tolto?</strong><br />
«Parlo del lavoro che mi hanno impedito di svolgere. Con provvedimenti amministrativi che non capirò mai. Io facevo il rappresentante, vendevo macchine agricole, qui a Corleone».</p>
<p><strong>L&#8217;hanno anche accusata di ricostruire un clan mafioso.</strong><br />
«Per le accuse a torto o ragione mosse, ho pagato. Resta il fatto che il mio lavoro non era un reato. Eppure si decise con le carte bollate che io non potevo, che dovevo chiudere per colpa di un cognome».</p>
<p><strong>L&#8217;avverte come un marchio?</strong><br />
«Rischia di diventarlo. Ma anche questo è fuori dalla regole del Paese, dello Stato».</p>
<p><strong>Qualcuno si sorprenderà a sentir invocare lo Stato al figlio di Riina.</strong><br />
«Può sorprendersi chi si lascia condizionare da cronache di giornali e rappresentazioni di storie spesso inventate, senza alcun riferimento alla realtà, a quello che ognuno di noi pensa».</p>
<p><strong>Dica che cosa è lo Stato per lei.</strong><br />
«Dico che la Costituzione prevede non il recupero, ma il reinserimento degli ex detenuti. E&#8217; stata Francesca Casarotto, il mio avvocato, a stabilire contatti con i dirigenti della Onlus di Padova. Non debbo andarci perché i leghisti e il governatore Zaia non vogliono? Beh, ditemi dove andare. Io nemmeno a Corleone volevo tornare».</p>
<p><strong>Il sindaco dice che la gente non vuol vederla in giro per Corleone.</strong><br />
«Veramente non mi è sembrato. Ma io non faccio niente per restare. Sarei andato direttamente e volentieri a Padova se non mi avessero detto che avevo l&#8217;obbligo di firmare qui al commissariato. E visto che è un obbligo io lo rispetto, lo osservo. Ma ci sarà la libertà di vivere e lavorare da qualche parte. Non mi vogliono qui, non mi vogliono lì, al Sud, al Nord&#8230; Non è questo lo spirito della Costituzione, bisognerebbe ricordare a sindaci e governatori».</p>
<p><strong>Molti hanno paura che lei a Corleone riannodi dei fili mafiosi&#8230;</strong><br />
«So che non posso sbagliare. E non sbaglierò. Ma uno per non sbagliare deve essere messo nelle condizioni di vivere, di lavorare. Per tutto questo io sono pronto a ricominciare lontano dal mio paese, dalle mie sorelle, dalla casa dove vive mia madre&#8230;».</p>
<p><strong>Dalla casa in cui è rimasto l&#8217;unico maschio.</strong><br />
«Lo vede che l&#8217;ha capito&#8230;».</p>
<p><strong>Condizione di maggiore rischio.</strong><br />
«Nessun rischio ma io sono pronto ad andare ovunque. Pur di non essere perseguitato. Anche da voi giornalisti».</p>
<p><strong>Cosa dice sua madre?</strong><br />
«Posso solo dire che è commossa. Chi è figlio o ha un figlio sa quanta commozione può esserci dopo un ritorno».</p>
<p><strong>Riesce a rivedere come un orrore la storia della sua famiglia, di suo padre, gli anni della latitanza&#8230;?</strong><br />
«Dico solo che io ho pagato e voglio lavorare. Per il resto, se mi daranno il permesso, vorrei rivedere mio padre. E andare a trovare in carcere mio fratello Giovanni. Io lo chiederò, secondo le regole».</p>
<p><strong>C&#8217;è sempre la regola del 41 bis, dei vetri blindati.</strong><br />
«Attenderò. Ma le regole dovrebbero consentire a un figlio di rivedere il padre, a un uomo di riabbracciare il fratello».</p>
<p><strong>E salta su una Golf marrone,</strong> dopo la prima notte a casa, asciutto e sereno, allegro e forbito. Un figurino. Scarpe rosse come la polo griffata, manica lunga, rifiniture bianche e blu. Occhiali Rayban con montatura nera e filo azzurro. Orologio con cinghietta gialla. Un ragazzo come tanti. In apparenza. Ma con un documento giudiziario arrotolato a mo&#8217; di pergamena. Necessario per la prima firma in commissariato.</p>
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		<item>
		<title>Viaggio al termine del carcere duro</title>
		<link>http://www.livesicilia.it/2011/09/28/viaggio-al-termine-del-carcere-duro/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 10:05:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietrangelo Buttafuoco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Da &#8220;Il Foglio&#8221;) Da trecentoventinove giorni, Sandro Monaco, imprenditore, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, è detenuto secondo il regime di carcere duro. Da trecentoventinove giorni sta scontando una pena senza essere giudicato.
Nel frattempo, il carcerato si passa il tempo viaggiando. D&#8217;altronde, che deve fare? Ha già assaggiato, infatti, le prime merendine al carcere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(Da &#8220;Il Foglio&#8221;) Da trecentoventinove giorni,</strong> Sandro Monaco, imprenditore, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, è detenuto secondo il regime di carcere duro. Da trecentoventinove giorni sta scontando una pena senza essere giudicato.<br />
Nel frattempo, il carcerato si passa il tempo viaggiando. D&#8217;altronde, che deve fare? Ha già assaggiato, infatti, le prime merendine al carcere di Bicocca a Catania &#8211; da dove è scattata l&#8217;operazione Iblis che l&#8217;ha visto pesciolino in una retata a lui estranea (a tempo debito si racconterà il come e il perché di un destino impossibile per gli imprenditori come lui) &#8211; dopo di che è stato a Parma, ad Ancona, a Floridia (Siracusa), quindi di nuovi ad Ancona e poi ancora Floridia.<br />
Chi non ci passa non lo può capire che cos&#8217;è la galera. In verità neppure chi ci passa dalle carceri lo capisce, di sicuro non lo dimentica e se Sandro Monaco, detenuto da trecentoventinove giorni, si passa il tempo viaggiando da un carcere all&#8217;altro, trova il modo di sgranare gli occhi e vorrebbe pure inghiottire pane, pacienza e tempo &#8211; così come raccomandano gli incalliti ospiti della nota catena alberghiera dell&#8217;Ucciardone &#8211; solo che non si capacita come si possa essere ridotti a comparse di un carnaio viaggiante. E sempre buttando tempo, masticando pazienza e cercando pane.</p>
<p><strong>Chi ci passa dalle carceri </strong>se ne deve fare tante di tappe e quando un martedì di questo settembre, alle 21.30, viene comunicata al detenuto Monaco Giuseppe Sandro Maria la notizia del trasferimento da Ancona per Floridia, viene svegliato alle 5 e 45 dell&#8217;indomani, accompagnato alle pratiche di rito e poi fatto accomodare sul blindato dove viene a conoscenza di un fatto nuovo: si farà tutto il tragitto col cellulare e non in aereo. Prevista una sosta notturna al carcere di Vibo Valentia. Ecco la celletta del blindato. E&#8217; una gabbia i cui lati sono larghi 50 e 75 centimetri. Le pareti sono lastre d&#8217;acciaio. Se non si sta seduti dritti, al modo della marionetta, ci si fa molto male, come quando ci s&#8217;inginocchia sui ceci. Naturalmente mancano le cinture di sicurezza e il poggiatesta. Viaggiare dentro questi blindati è una vera roulette russa. Basta un modesto tamponamento che, se va bene, ci si spacca la testa in tanti piccoli pezzi e si muore: se va benino ci si rompre l&#8217;osso del collo e si muore; se va male, invece, si ricompongono i pezzi e poi si campa. E si va avanti col viaggio.</p>
<p><strong>Il vettovagliamento in dotazione al detenuto consta di</strong>: numero uno di pezzo di pane duro. Numero uno di bottiglia d&#8217;acqua. Numero quattro di wrustel. Numero uno di mela e numero uno di prugna ma, infine, il dolce: crostatina di albicocche. Da Ancona a Taranto il viaggio procede nel trattenuto rollio del come viene viene ma, per fortuna, all&#8217;altezza di Taranto, alle 15 e 15, il blindato si rompe. Dopo un&#8217;ora e mezzo arriva il furgone sostitutivo e si riparte. E&#8217; un blindato garantista, questo. Decisamente comodo. Alle 21 si arriva a Vibo. La cucina è già chiusa e si va a letto digiuni. Dopo un&#8217;educata insistenza viene consegnata una bottiglia d&#8217;acqua. Nelle celle d&#8217;isolamento riservate ai detenuti in transito non c&#8217;è cuscino, pazienza, Sandro &#8211; che non è un bandito, ma un figlio di mamma &#8211; prende la coperta, la piega e la infila sotto la federa. Il risveglio, con il latte, è rallegrato da due piccole susine. Sono state utili per sopperire l&#8217;assenza di un cestino di viaggio quando alle nove e trenta, partendo, il blindato garantista ha fatto un lungo viaggio senza pane e con molte soste: carcere di Palmi, carcere di Reggio, carcere di Messina, carcere di Catania e, infine, alle 18, a Floridia.</p>
<p><strong>E&#8217;, questa di Floridia,</strong> una tipica galera di come uno s&#8217;immagina debba essere la galera. I parenti in visita stazionano fuori dal portone, sotto il sole d&#8217;estate, anche fino a cinque ore. Vi entrano e si sottopongono a tutti i controlli. Firmano, consegnano i vestiti puliti, depositano i soldi, si fanno perquisire e devono farsi strappare pure i nastri a braccialetto &#8211; sono le zaredde di Santo Vito, segni votivi che si portano al polso. La cintura si può tenere, la zaredda di Santo Vito, no. &#8220;Perché la cintura sì e il braccialetto no?&#8221;, chiede Concetta, la sorella arrivata per la visita-parenti. &#8220;Questo lo sappiamo noi&#8221;, risponde un tipo. Tutto sanno loro. Passa il tempo a tutti quelli che si passano il tempo girando carceri. E nessuno lo può capire. Quest&#8217;estate, quando &#8211; dopo tutta la trafila e l&#8217;attesa &#8211; Concetta si sentì chiamare, &#8220;Monaco?&#8221;, dopo si sentì dire: &#8220;E&#8217; stato trasferito&#8221;. Per restarsene lì, nel corridoio con la zaredda strappata. Considerando oggi sono trecentotrenta giorni di carcere, quelli di Sandro. E di viaggi.</p>
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		<title>Se a Lipari è vietato nascere</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 07:11:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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		<description><![CDATA[di <strong>MARCELLO SORGI (tratto da "La Stampa")</strong> In tutto il mondo, e in Italia più che altrove, il luogo di nascita è un pezzo importante della propria identità. Si è torinesi, o milanesi, o veneziani, insomma, se si è nati a Torino, Milano o Venezia. E lo si è, o lo si diventa, anche se si è nati da genitori pugliesi o napoletani. Immaginate come devono sentirsi gli eoliani, il piccolo popolo di abitanti dell’arcipelago patrimonio naturale dell’Unesco, ora che hanno appreso che di qui a poco non sarà più possibile nascere a Lipari.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>MARCELLO SORGI (tratto da &#8220;La Stampa&#8221;)</strong> In tutto il mondo, e in Italia più che altrove, il luogo di nascita è un pezzo importante della propria identità. Si è torinesi, o milanesi, o veneziani, insomma, se si è nati a Torino, Milano o Venezia. E lo si è, o lo si diventa, anche se si è nati da genitori pugliesi o napoletani. Immaginate come devono sentirsi gli eoliani, il piccolo popolo di abitanti dell’arcipelago patrimonio naturale dell’Unesco, ora che hanno appreso che di qui a poco non sarà più possibile nascere a Lipari.</p>
<p><strong>Dalle sette isole</strong> e dagli emigrati lontani, ma aggrappati con il filo dei sentimenti come patelle ai loro scogli, mille e cinquecento cartoline sono arrivate sulla scrivania di Napolitano. E il Presidente, eoliano acquisito perché viene a Stromboli in vacanza da una trentina di anni, ha promesso che interverrà, nei limiti dei suoi poteri, perché conosce bene l’animo orgoglioso dei suoi isolani. «Vogliamo protestare &#8211; hanno scritto al Capo dello Stato &#8211; per il ridimensionamento dell’Ospedale di Lipari e soprattutto perché qui non si potrà più nascere. Lipari e le Eolie sono isole con millenni di civiltà e chiediamo che non venga tagliato il diritto a far nascere i bambini in questa terra».</p>
<p><strong>L’ultima nata in esilio, il 24 agosto</strong> al Policlinico di Messina, si chiama Federica Maiuri. La mamma, Roberta Giorgi, s’è ricoverata qualche giorno prima, la nonna e i parenti l’hanno seguita, adattandosi alla meglio in una pensione. Disagi, spese impreviste, ansie accresciute dalla forzata trasferta (gli isolani si conoscono tutti tra loro e amano vivere nei propri luoghi) se li è portati via la gioia dell’arrivo di Federica, bella e sana, che a due giorni di vita ha fatto la sua prima traversata in aliscafo per tornare a Lipari. E come lei, saranno decine di bambini nei prossimi mesi a subire la stessa sorte.</p>
<p><strong>A Lipari nascono in media</strong> un’ottantina di bimbi all’anno, che diventano un centinaio, più o meno, con quelli delle altre sei isole. Troppo pochi per rientrare nei limiti di una recente legge che prevede che in Sicilia debbano essere chiusi i reparti di ostetricia con meno di cinquecento nascite all’anno. Più lenta ad adeguarsi in molti altri casi, la Regione Sicilia stavolta è stata sveltissima a disporre la ristrutturazione dell’ospedale liparese, con l’accorpamento di ginecologia e chirurgia e di pediatria e medicina. Il resto lo ha fatto la partenza dell’ultimo ostetrico rimasto in servizio, il dottor Giampiero Di Marco, un medico napoletano un po’ filosofo, a sentire i paesani che lo rimpiangono, che era arrivato a Lipari dopo aver fatto il missionario in Africa, ha fatto nascere decine e decine di bambini e se n’è andato con molta malinconia, accompagnato al porto da alcune delle donne che aveva reso madri.</p>
<p><strong>Era giugno</strong>: gli isolani hanno atteso qualche settimana, prima di apprendere che l’ostetrico non sarebbe stato rimpiazzato e da allora in poi, salvo casi di emergenza, le loro donne sarebbero andate a partorire sulla terraferma. Saverio Merlino, il direttore amministrativo della scuola, lo ha appreso da una di loro, che lo ha fermato sul corso, tenendosi la pancia con le mani. Merlino è stato segretario del Ppi e poi del Pd: «Ma qui &#8211; avverte &#8211; la politica non c’entra. C’entra la Costituzione! Ho detto al Presidente che è stato violato l’articolo 32, che dovrebbe garantire il diritto alla salute di tutti i cittadini. Invece le nostre donne, o vanno in trasferta, o partono in emergenza, a bordo di un elicottero, con le doglie del parto imminente».</p>
<p><strong>L’idea delle cartoline è stata sua</strong>. Suo il disegno di un bimbo che sta ancora nella pancia della mamma, sognando nascere dentro un vulcano, come sono appunto, spenti o accesi, quelli che svettano sul mare delle Eolie. A luglio c’è stato anche un imprevisto faccia a faccia tra lo stesso Merlino e l’assessore regionale <strong>Massimo Russo (nella foto)</strong>, un magistrato noto per il suo rigore che il governatore siciliano Lombardo ha messo alla guida del nevralgico settore della Sanità, già obiettivo di mire mafiose. Russo, arrivato a Lipari per un convegno organizzato proprio dall’Unesco, che ha dato alle isole l’ambito riconoscimento di patrimonio dell’umanità, s’è trovato di fronte alla protesta degli isolani per il diritto a nascere negato ai loro figli e nipoti. Ha cercato di convincerli che non è una questione di mezzi e di soldi che mancano, ma di sicurezza: un medico che fa meno di cento parti all’anno non garantisce la perizia necessaria a superare gli standard attualmente richiesti dai protocolli moderni. Ha anche spiegato che i bimbi nati a Messina potranno essere iscritti all’anagrafe di Lipari grazie a un’interpretazione estensiva della legge. Sperava che si rassegnassero, e invece, approfittando dei pochi giorni di vacanza del Capo dello Stato, la voce delle donne eoliane è arrivata fino all’orecchio di Napolitano.</p>
<p><strong>Chissà come andrà a finire</strong>. Nei racconti della gente, la storia del reparto nascite cancellato si mescola a una leggenda che, come tutte le storie che corrono di bocca in bocca, forse non troverà mai conferma. Fino a qualche anno fa, ricordano gli isolani, l’ospedale di Lipari sembrava destinato a una stagione d’oro. Erano i tempi del ministro tecnico Girolamo Sirchia, rimasto famoso per la sua legge antifumo, ma da queste parti come «eoliano d’importazione», visto che anche lui ha scelto Stromboli come buen retiro, e a un certo punto sembrava perfino che potesse candidarsi a sindaco di Lipari. Sarà un caso, ma da quando Sirchia è andato in pensione, e al suo posto è arrivato un altro tecnico come Ferruccio Fazio, è cominciata la decadenza dell’ospedale eoliano. E poco importa che la competenza sulla Sanità sia regionale, e Fazio non abbia quindi né responsabilità né poteri per intervenire.</p>
<p><strong>La leggenda vuole che Fazio</strong>, che villeggia a Pantelleria, in un’altra isola, in tutt’altro mare, l’anno scorso sarebbe rimasto vittima di un piccolo incidente domestico: una spina di pesce da estrarre dalla sua bocca che si sarebbe rivelata particolarmente difficile da asportare. Di qui la convinzione, che Fazio, medico di gran fama formatosi negli Stati Uniti, si sarebbe fatto sulla scarsa efficienza delle guardie mediche nelle piccole isole. Perché poi Lipari dovrebbe rispondere di una presunta inefficienza pantesca, la leggenda non lo dice. Ma anche questo fa parte del modo romantico e fatalista con cui gli eoliani vanno incontro al loro destino e alle maledizioni che spesso l’accompagnano. L’estate sta finendo, le isole pian piano tornano alla loro solitudine e ai loro silenzi, rotti solo dal rumore delle onde del mare. Le donne liparesi sono lì che aspettano una risposta. Non vogliono più salire sugli elicotteri che le portano a partorire lontano. I loro figli vogliono farli nascere sui loro scogli.</p>
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		<title>&#8220;Il lodo Mondadori e quei soldiche Calogero Mannino ancora mi deve&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jul 2011 10:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Gian Antonio Stella, dal Corriere della Sera)
Caro direttore,
«e se poi De Benedetti perdesse in Cassazione e non desse i soldi indietro al Cavaliere?». Per giorni, prima che Mediaset facesse sapere che avrebbe pagato, i parlamentari berlusconiani hanno posto questo pensoso interrogativo. E c&#8217;è stato chi ha teorizzato la necessità di una leggina, già tentata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Gian Antonio Stella, dal Corriere della Sera)</strong></p>
<p><strong>Caro direttore,</strong><br />
«e se poi De Benedetti perdesse in Cassazione e non desse i soldi indietro al Cavaliere?». Per giorni, prima che Mediaset facesse sapere che avrebbe pagato, i parlamentari berlusconiani hanno posto questo pensoso interrogativo. E c&#8217;è stato chi ha teorizzato la necessità di una leggina, già tentata nella manovra, per evitare che un cittadino condannato debba versare un centesimo prima della conferma in Cassazione. A me è successa una cosa curiosa: un parlamentare al quale avevo disciplinatamente dato 15.752 euro dopo aver perso una causa civile in primo grado, da oltre due anni non mi restituisce quei soldi, come gli imporrebbe la legge, dopo avere perso lui l&#8217;Appello, che ha riconosciuto che avevo ragione io. Coerenze&#8230;</p>
<p><strong>Il galantuomo in questione è Calogero Mannino</strong>, che nel libro Lo spreco edito nel 1998 da Baldini &amp; Castoldi, citavo come uno degli sponsor, in quanto patriarca politico dell&#8217;area, del progetto di fare di Sciacca la «Marienbad del Mediterraneo». Un progetto così megalomane da aver lasciato in eredità, tra l&#8217;altro, un galoppatoio dove mai ha corso un cavallo, un orribile teatro perennemente incompiuto, una piscina con una vasca non di 25 o 50 metri regolamentari ma 33 (!) poi prolungata con un nuovo appalto, un corso professionale per 290 sguatteri, portieri e banconisti così spropositato che ogni cameriere addestrato venne a costare 53 milioni dell&#8217;epoca (circa 150 mila euro d&#8217;oggi) manco dovesse pilotare un elicottero e così via&#8230; Per non dire dell&#8217;acquisto di due orche marine tenute a pensione per anni in Islanda, in attesa di costruire il parco acquatico poi mai fatto, al modico prezzo di 121 mila euro attuali al mese di vitto e alloggio.</p>
<p><strong>Dichiarandosi diffamato, Calogero Mannino</strong> chiese un miliardo e 650 milioni di risarcimento. Il giudice Domenico Bonaretti, della I sezione del Tribunale civile di Milano, gli diede parzialmente ragione. E mi condannò a pagare al parlamentare oggi passato ai «Responsabili», come risarcimento e spese di giudizio varie, 15.752 euro e 50 centesimi. Gli avvocati Laura Cavallari, che tutelava la casa editrice, e Caterina Malavenda, che tutelava me, nella convinzione che la condanna potesse essere ribaltata in Appello, chiesero la «sospensiva». La stessa concessa, per una cifra immensamente più alta, al Cavaliere nei confronti di De Benedetti. Risposta: no. Rispettoso della legge, nonostante ritenessi quella condanna ingiusta, pagai senza tirarla lunga. E così fece per la sua metà la Baldini &amp; Castoldi.</p>
<p><strong>Quattro anni di lunga attesa e finalmente, il 29 aprile 2009</strong>, arrivò la sentenza della II sezione civile della Corte d&#8217;appello di Milano. Che, sulla base di tutti i documenti che avevamo presentato, ribaltò il verdetto di primo grado e riconobbe che «effettivamente sullo sfondo della vicenda Sitas vi era anche Mannino, che aveva il duplice interesse di favorire lo sviluppo della sua città e, nel contempo, stante la coincidenza con il suo collegio elettorale, di beneficiare politicamente, come sostenitore dell&#8217;iniziativa, dell&#8217;effetto di ritorno della stessa». Oltretutto «ben poteva esprimere il proprio appoggio politico anche interessandosi ai possibili finanziamenti pubblici &#8211; che in effetti poi risultano essere stati erogati &#8211; tanto più in considerazione dello specifico ruolo di assessore regionale alle finanze all&#8217;epoca rivestito». Il parlamentare fu quindi condannato a pagare le spese processuali. A quel punto avrebbe dovuto ovviamente restituire quel che gli era stato versato per un totale di 65.609 euro. A me verrebbero, e ci dovrei pagare l&#8217;avvocato, 31.872,66 euro.</p>
<p><strong>Da quel momento ogni sollecitazione telefonica</strong>, ogni lettera ufficiale, ogni richiamo alla legge che prevede sì la sospensiva (a me, ripeto, non concessa) per chi deve pagare, ma non per chi deve restituire, se perde, quanto ha già incassato (anche se fa ricorso in Cassazione, come lui) sono stati totalmente inutili. Cosa dovevo fare: avventurarmi nella richiesta di sequestro di qualche suo bene? Troppo dispendioso, vista l&#8217;aria che tira. Tanto più che lo stipendio da parlamentare, poco meno di 15 mila euro netti al mese con l&#8217;accumulo di indennità e rimborsi vari, non è pignorabile. Piccolo e ulteriore privilegio della casta. Dimmi tu, caro direttore: con quale spirito leggeresti al posto mio certi interventi di questi giorni intorno ai destini di quell&#8217;altra lite giudiziaria, interventi gonfi di una insopportabile ipocrisia? Io, dopo la prima (e a mio avviso ingiusta) sentenza, pagai senza fiatare. Lo diceva la legge: fine. Il signor Mannino, che come parlamentare della Repubblica le leggi è chiamato a farle, pensa di esserne esentato?</p>
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		<title>Un nuovo pentito contro Romano</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jul 2011 07:15:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[saverio romano]]></category>

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		<description><![CDATA[di <strong>GIOVANNI BIANCONI</strong> (dal "Corriere della sera") Anche l'ultimo pentito di mafia ha qualcosa da dire sull'onorevole Saverio Romano, nominato ministro dell'Agricoltura nonostante un'indagine per mafia sulla via dell'archiviazione che invece è sfociata nel processo ordinato dal giudice.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>GIOVANNI BIANCONI</strong> (dal &#8220;Corriere della sera&#8221;) Anche l&#8217;ultimo pentito di mafia ha qualcosa da dire sull&#8217;onorevole Saverio Romano, nominato ministro dell&#8217;Agricoltura nonostante un&#8217;indagine per mafia sulla via dell&#8217;archiviazione che invece è sfociata nel processo ordinato dal giudice. È<strong> Stefano Lo Verso</strong>, «uomo d&#8217;onore» che ha retto le sorti del clan di Ficarazzi, piccolo centro alle porte di Palermo, talmente vicino a Bernardo Provenzano da portargli le medicine che tenevano in vita il padrino corleonese durante la sua latitanza.</p>
<p><strong>Nel febbraio scorso,</strong> alla vigilia del rientro in carcere per scontare un breve residuo di pena per una precedente condanna, Lo Verso s&#8217;è presentato ai carabinieri proponendosi come collaboratore di giustizia. Poi s&#8217;è seduto davanti ai giudici, cominciando a riempire verbali su verbali. Ha fatto scoprire un cimitero di Cosa Nostra, ha parlato di trame, delitti e affari. Recentemente, prima con la Procura di Caltanissetta poi con quella di Palermo, ha riferito dei rapporti tra mafia e politica; e ha parlato, tra gli altri nomi, anche dell&#8217;ex democristiano poi passato all&#8217;Udc e infine nella maggioranza che sostiene il governo Berlusconi, fino a salire sulla poltrona di ministro.</p>
<p><strong>Lo Verso ha riferito del sostegno</strong> che anche Saverio Romano avrebbe fornito alla famiglia Mandalà, quella che «governava» Villabate, altro centro vicino a Palermo dove i capimafia erano «nel cuore» di Provenzano. Il contenuto delle sue dichiarazioni è ancora segreto, altri interrogatori saranno necessari per approfondire quelle già rese, ma è probabile che presto o tardi anche la testimonianza del nuovo pentito entri nel processo che il ministro dovrà affrontare per decisione del giudice dell&#8217;indagine preliminare. Malgrado il diverso avviso della Procura di Palermo. Situazione anomala, ma non inedita. Già in altre occasioni &#8211; come nei processi che ha dovuto affrontare l&#8217;ex comandante del Ros dei carabinieri, Mario Mori &#8211; è capitato che l&#8217;accusa ritenesse gli elementi raccolti insufficienti ad affrontare un dibattimento, mentre il giudice ha deciso diversamente.</p>
<p><strong>Romano ha commentato</strong> collegando la scelta del gip all&#8217;investitura ricevuta dopo la scelta di sostenere, insieme ai cosiddetti Responsabili, il governo Berlusconi salvandolo dalla sfiducia. Ma è un collegamento che lascia perplessi. Di solito, sono le Procure ad essere accusate di fare giochi politici sotterranei, non i giudici. Nel caso di Romano, inoltre, la decisione del gip di fissare l&#8217;udienza preliminare (da cui già emergevano le sue perplessità sulla richiesta di archiviazione) è arrivata prima della designazione dell&#8217;indagato a responsabile delle Politiche agricole. E all&#8217;udienza del 9 giugno scorso, col ministro insediato nel nuovo ufficio già da tre mesi, la Procura ha insistito nel chiedere l&#8217;archiviazione. Ribadendo, però, quello che già aveva scritto quasi un anno prima (quando nessuno poteva immaginare che Romano avrebbe giocato un ruolo deciso nel salvataggio del governo Berlusconi): c&#8217;erano diversi elementi a dimostrazione della «contiguità» dell&#8217;uomo politico con la famiglia mafiosa di Villabate, sebbene non considerati idonei a sostenere l&#8217;accusa con esito favorevole in un processo.</p>
<p><strong>Considerazioni giuridiche</strong>, quelle dei magistrati della Procura, che però lasciavano ad altri lo spazio sufficiente per trarre qualche considerazione (e conclusione) politica. Per esempio che se pure non ci sono prove sufficienti per una condanna, i fatti ricostruiti potevano comunque bastare per sancire l&#8217;inopportunità di affidare un incarico ministeriale a chi era stato un po&#8217; troppo a contatto con boss e gregari del clan di Villabate. Soprattutto dopo la condanna definitiva di Totò Cuffaro, al termine di un processo dove il nome di Romano era ricorso in più di un&#8217;occasione.</p>
<p><strong>Proprio la sentenza della Cassazione</strong> sull&#8217;ex governatore della Sicilia aveva spinto il giudice a riconsiderare la richiesta di archiviazione della Procura, e poi il presidente della Repubblica a manifestare pubblicamente il suo disappunto per la nomina del nuovo ministro dell&#8217;Agricoltura. In più, sul conto di Romano c&#8217;era già l&#8217;indagine per corruzione scaturita dalle indagini sul riciclaggio del tesoro dell&#8217;ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Anche per quell&#8217;inchiesta il neoministro confidava in una rapida e indolore soluzione. Ma la scelta della Procura di depositare le intercettazioni dove compare la voce di Romano, in vista della richiesta alla Camera dell&#8217;autorizzazione a utilizzarle, fa pensare a un altro esito.</p>
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		<title>Gli aerei fantasma di Ustica</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 05:48:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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		<category><![CDATA[strage di ustica]]></category>

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		<description><![CDATA[di <strong>ANDREA PURGATORI</strong> <strong>(dal "Corriere della Sera")</strong> La vera «bomba» della strage di Ustica sono le tracce radar di quattro aerei militari ancora formalmente «sconosciuti» - due/tre caccia e un Awacs - su cui la Nato, dopo una rogatoria avanzata un anno fa dalla Procura della Repubblica di Roma (con il sostegno operativo ma silenzioso dell'ufficio del consigliere giuridico del capo dello Stato) ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>ANDREA PURGATORI</strong> <strong>(dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;) </strong>La vera «bomba» della strage di Ustica sono le tracce radar di quattro aerei militari ancora formalmente «sconosciuti» &#8211; due/tre caccia e un Awacs &#8211; su cui la Nato, dopo una rogatoria avanzata un anno fa dalla Procura della Repubblica di Roma (con il sostegno operativo ma silenzioso dell&#8217;ufficio del consigliere giuridico del capo dello Stato), sta decidendo in questi giorni se apporre le bandierine d&#8217;identificazione. Tutti gli indizi portano allo stormo dell&#8217;Armée de l&#8217;air che nel 1980 operava dalla base corsa di Solenzara. Lo stesso contro cui puntò il dito pubblicamente (poi anche a verbale) <strong>Francesco Cossiga</strong>. Forse dopo aver saputo che i caccia francesi avevano lasciato le loro impronte su un tabulato del centro radar di Poggio Ballone (Grosseto), miracolosamente non risucchiato dal buco nero che dalla sera dell&#8217;esplosione del DC9 Itavia aveva ingoiato nastri, registri e persino la memoria di tanti testimoni.</p>
<p><strong>La questione non è più militare</strong> ma sostanzialmente politica. E non solo perché la risposta ai magistrati italiani deve prima ottenere il benestare dei 28 paesi membri dell&#8217;Alleanza, nessuno escluso. Il fatto è che, come in un surreale gioco dell&#8217;oca, dopo trentun anni gli attori tirati in ballo nella strage (Italia, Francia, Stati Uniti) si ritrovano insieme alla casella di partenza. Alleati in una guerra (stavolta dichiarata) a Gheddafi, vittima designata oggi come allora, e al solito con posizioni tutt&#8217;altro che sovrapponibili. In più l&#8217;identificazione certa dei caccia francesi non sarebbe cosa facile da digerire nei rapporti bilaterali, visto che Parigi ha sempre negato che il 27 giugno 1980 i suoi aerei fossero in volo nel cielo di Ustica e, persino contro l&#8217;evidenza delle prove raccolte dalla magistratura italiana, ha sostenuto che nella base di Solenzara le luci furono spente alle cinque e mezza del pomeriggio.</p>
<p><strong>Il 2 ottobre del 1997</strong>, il segretario generale della Nato Javier Solana graziò Parigi consegnando al nostro governo la relazione di sei pagine di un team di specialisti dell&#8217;Alleanza atlantica che aveva incrociato tutte le tracce radar sopravvissute al buco nero, identificando in una tabella dodici caccia in volo quella sera (americani e britannici) ma evitando di apporre la bandierina su una portaerei e quattro aerei la cui presenza nella zona e all&#8217;ora della strage non veniva comunque messa in discussione. Un lavoro ripetuto più e più volte con i sistemi informatici in dotazione alla Difesa aerea dell&#8217;Alleanza e definito dagli stessi specialisti Nato senza alcuna possibilità di errore. Però reticente su un unico punto, cruciale: l&#8217;identificazione dei caccia francesi.</p>
<p><strong>Ma il radar di Poggio Ballone</strong>, all&#8217;epoca uno tra i più efficienti, aveva visto che tre di quegli aerei provenivano da Solenzara e a Solenzara erano rientrati dopo l&#8217;esplosione del DC9 Itavia. E il quarto &#8211; un aereo radar Awacs &#8211; era rimasto in volo sopra l&#8217;isola d&#8217;Elba registrando tutto ciò che era accaduto nel raggio di centinaia di chilometri, quindi anche a Ustica. Sarà un caso che il registro della sala radar con cui si sarebbero potuti incrociare i dati del tabulato non fu trovato durante il sequestro ordinato dal giudice istruttore Rosario Priore e che l&#8217;Aeronautica lo consegnò cinque giorni dopo senza il foglio di servizio del 27 giugno 1980? Sarà un caso che Mario Dettori, uno dei controllori, dichiarò a moglie e cognata che si era arrivati «a un passo dalla guerra» e poi fu trovato impiccato a un albero? Sarà un caso che il capitano Maurizio Gari, responsabile del turno in sala radar e perfettamente in salute, sia morto stroncato da un infarto a soli 32 anni? Sarà un caso che i capitani Nutarelli e Naldini, morti anche loro nella disastrosa esibizione delle Frecce tricolori nel 1988 a Ramstein, con il loro TF 104 abbiano incrociato quella sera tra Siena e Firenze il DC9 sotto cui si nascondeva un aereo militare sconosciuto e siano rientrati alla base di Grosseto segnalando per tre volte e in due modi diversi l&#8217;allarme massimo come da manuale (codice 73)?</p>
<p><strong>C&#8217;è grande fibrillazione</strong> intorno a questa perizia della Nato su cui molti hanno cercato inutilmente di mettere le mani, in alcuni casi negandone addirittura l&#8217;esistenza. Ma il documento, un macigno sulle parole di chi ha sostenuto che il DC9 sia esploso per una bomba in un cielo deserto, ora è tornato a galla e ha consentito ai magistrati della Procura di Roma di preparare la partita finale di quest&#8217;indagine. Cinque rogatorie che potrebbero finalmente rendere giustizia alle 81 vittime di quella strage e di un segreto ancora inconfessabile.</p>
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		<title>Caro Pd, io sto con Lombardo</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2011 08:26:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Scelti per voi]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe arnone]]></category>
		<category><![CDATA[lombardo]]></category>

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		<description><![CDATA[<strong>(di GIUSEPPE ARNONE, pubblicato da <a href="http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/126153/caro_pd_io_sto_con_lombardo">EUROPA</a>)</strong>. <strong>Cari Pier Luigi Bersani e Walter Veltroni,</strong> prima di spiegarvi perché  difendo il governo Lombardo, mi presento. Il principale tra i pentiti di  mafia della mia terra, Maurizio Di Gati, ha ricostruito il timore di  Cosa Nostra per la mia eventuale elezione a sindaco di Agrigento, nel  1993, quando persi contro Calogero Sodano per lo zero virgola.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cari Pier Luigi Bersani e Walter Veltroni,</strong> prima di spiegarvi perché difendo il governo Lombardo, mi presento. Il principale tra i pentiti di mafia della mia terra, Maurizio Di Gati, ha ricostruito il timore di Cosa Nostra per la mia eventuale elezione a sindaco di Agrigento, nel 1993, quando persi contro Calogero Sodano per lo zero virgola. Di Gati riferisce ai pm: «Sentii il Messina lamentarsi di Arnone, un ambientalista candidato a sindaco di Agrigento che era in buona posizione per vincere le elezioni e che non avrebbe consentito di mettere più le mani di Cosa Nostra su Agrigento».</p>
<p><strong>Sono un avvocato impegnato in politica, attivo in Sicilia,</strong> nelle piazze e nei tribunali, contro Cosa Nostra e contro i corrotti. Sono anche il principale cassazionista di Legambiente. Ho mandato in galera, tra gli altri, Gunnella, Rendo e Lodigiani per tangenti e abusi. Li ho fatti condannare anche in Cassazione. Nella mia Agrigento, da solo, ho più voti dell’intero nostro Pd. Ho provocato scioglimenti del mio consiglio comunale, arresti e condanne di sindaci e assessori. Ricevo frequentemente minacce e intimidazioni. La più singolare, nel 2008, quando ritrovai, davanti il mio cancello, intatta, l’auto appena rubata al senatore Pd Benedetto Adragna, che condivideva con me la battaglia sul sequestro del cantiere di un centro commerciale in odor di mafia.</p>
<p><strong>Mi sono scontrato, subendo querele e assoluzioni, </strong>con molti giudici, ad esempio quel Rino Cirami dell’omonima legge, o Stefano Dambruoso, valorizzato dal leghista Castelli. Oggi sto dalla parte di Raffaele Lombardo, difendo questo governo, secondo molti il migliore che abbia mai avuto la Sicilia. Ritengo il provvedimento della procura di Catania poco comprensibile, distante dagli insegnamenti della Cassazione. Lombardo e il Pd hanno sferrato micidiali colpi agli interessi della mafia, come l’azzeramento dell’enorme affaire dei termovalorizzatori.</p>
<p><strong>Sempre il pentito Di Gati,</strong> infatti, racconta le attività di Cosa Nostra per quegli appalti voluti da Cuffaro e dai berlusconiani. Ci sarebbe molto da dire sulla rottura degli equilibri affaristici e filo-mafiosi, a cura del vicepresidente della regione Giosuè Marino, ex prefetto antimafia da noi indicato, o dell’assessore alla sanità Massimo Russo, già pm antimafia. O, ancora, di altri assessori tecnici, come Pier Carmelo Russo in materia di appalti, o Mario Centorrino, nella “palude” della formazione.</p>
<p><strong>Mi limito a ricordare la recente riforma sull’elezione del sindaco</strong>: non avremo più l’effetto trascinamento delle liste dei consiglieri, spesso fortemente inquinate anche dalla mafia, che determinavano l’elezione di pessimi sindaci. Da giurista, rilevo alcune anomalie nella vicenda giudiziaria di Lombardo, su cui riflettere. Il capo di imputazione è uno splendido documento giornalistico, ottima prosa da denunzia politica. Ma, secondo i costanti orientamenti della Cassazione, il suo valore giudiziario è molto prossimo allo zero. Cito due decisioni relative al “concorso esterno”, dei giudici antimafia di Palermo e di Caltanissetta.</p>
<p><strong>Palermo archivia l’indagine a carico dell’ex senatore Calogero Sodano</strong> il quale, come ricostruiscono i pentiti, per battere Arnone alle elezioni del ’93 si mise a disposizione di Cosa Nostra, chiedendo i voti anche nel ’97 e nel 2001. Prove certe e circostanziate: riunioni dei capicosca per pianificare quella elezione, incontri successivi tra Sodano e i boss. Bene. Il gip di Palermo archivia così: «Dalle concordi dichiarazioni dei collaboratori Di Gati Maurizio e Putrone Luigi, emerge che l’indagato Sodano ebbe rapporti … con esponenti della famiglia mafiosa, in particolare a capo della frazione di Villaseta». Detti rapporti vengono descritti dal gip come «l’accordo con l’associazione mafiosa denominata Cosa Nostra della famiglia di Agrigento in occasione delle elezioni a sindaco del 1993 e del 1997». Ma poi, così motivando, il gip accoglie la richiesta di archiviazione: «Correttamente, però, il pm rileva che a seguito dei recenti pronunzie delle Sezioni Unite della Cassazione, la prova del concorso esterno nell’associazione mafiosa, nell’ipotesi del cosiddetto patto elettorale, deve raggiungere anche il successivo adempimento del patto da parte del politico e, in particolare, l’efficienza causale della condotta del politico rispetto agli obiettivi dinamico – funzionali dell’associazione. Negli atti trasmessi non si intravede alcuna condotta di questo genere».</p>
<p><strong>Il mastodontico sforzo investigativo dei magistrati di Catania non ci dice quali siano i favori resi a Cosa Nostra da Lombardo. </strong>Nessun episodio specifico. Solo presunti contatti, risalenti nel tempo, tra il presidente ed esponenti politici poi risultati vicini a Cosa Nostra, nonché telefonate tra mafiosi che fanno riferimento a Lombardo medesimo, ove ovviamente non è chiaro quale sia la sostanza e quale sia la millanteria.</p>
<p><strong>Si può pacificamente sostenere, quindi, che la magistratura palermitana</strong> avrebbe archiviato l’indagine su Lombardo. Un’altra vicenda paradossale è quella che riguarda il capo della cordata interna al nostro partito che, dal momento dell’insediamento di questo governo della regione, si batte per affondarlo: il senatore Mirello Crisafulli.</p>
<p><strong>Leggiamo cosa scrivono i giudici di Caltanissetta </strong>a carico di Crisafulli, intercettato mentre parlava con un capomafia appena condannato a 11 anni. Frasi inequivoche, quelle del senatore, del tipo: «&#8230;se quell’impresa vuole quell’appalto, deve battere un colpo, e deve batterlo forte», o ancora «ho dato quell’appalto ai fratelli Gulino, gli unici che potevano farlo» o, ancora, impegni a lottizzare appalti e assunzioni, e a concludere accordi elettorali.</p>
<p><strong>La magistratura, nell’archiviare,</strong> scrive che «l’indagato appare disponibile &#8230; ad addentrarsi con il capomafia nell’area grigia dell’affarismo politico – elettorale, ma in ambedue i casi senza fornire alcun apprezzabile apporto causale ai fini associativi … nell’ambito affaristico non risulta che le richieste del capomafia siano state esaudite &#8230; la condotta dell’onorevole può apparire oggettivamente legittimante rispetto al capomafia, e quindi pericolosamente vicina al sottile confine dell’attività penalmente illecita … si deve concludere che non vi sono sufficienti elementi per sostenere che la condotta dell’onorevole indagato abbia arrecato significativa, rilevante utilità al capomafia, al sodalizio criminoso di appartenenza dello stesso o all’intera Cosa Nostra».</p>
<p><strong>Nel formulare la richiesta di rinvio a giudizio a carico di Lombardo, la procura di Catania si è spaccata.</strong> Se questa indagine si fosse svolta a Palermo o a Caltanissetta, con i precedenti su Sodano e Crisafulli, o sulla base degli orientamenti della Cassazione, la questione sarebbe già chiusa e discuteremmo di altro.</p>
<p><strong>Noi e Lombardo abbiamo storie diverse, molto diverse. </strong>Ma questa alleanza tra diversi ha consentito di mettere alla porta il condannato per mafia Dell’Utri, l’imputato oggi ministro Saverio Romano, il detenuto Cuffaro, l’erede designato di Berlusconi Alfano e altri campioni, quali Miccichè, Firrarello, Castiglione. Ha consentito, per la prima volta, di avere un governo della regione che gente come me poteva solo sognarsi, ha consentito di fare riforme inimmaginabili. Oggi, piuttosto che delegare automaticamente scelte politiche a provvedimenti embrionali e discutibili di alcuni giudici, esaminiamo seriamente le cose fatte e quelle da fare.</p>
<p><strong>Giuseppe Arnone</strong></p>
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		<title>E il pm di Caltanissetta ordinòdi spiare i colleghi di Palermo</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Apr 2011 16:41:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Riccardo Arena, pubblicato su La Stampa)
Le regole valgono per tutti e i magistrati si controllano pure fra di loro. Per verificare se cinque colleghi si fossero resi responsabili di una presunta fuga di notizie, i pubblici ministeri di Caltanissetta hanno acquisito tutti i numeri telefonici personali dei magistrati di Palermo che indagavano sul tesoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Riccardo Arena, pubblicato su La Stampa)</strong></p>
<p><strong>Le regole valgono per tutti e i magistrati si controllano pure fra di loro</strong>. Per verificare se cinque colleghi si fossero resi responsabili di una presunta fuga di notizie, i pubblici ministeri di Caltanissetta hanno acquisito tutti i numeri telefonici personali dei magistrati di Palermo che indagavano sul tesoro di don Vito Cianci-mino. I numeri di casa, di ufficio e dei cellulari, le utenze fisse e mobili, attivati tra il 1997 e il 2007. Per il solo Sergio Lari hanno individuato undici utenze. Per Lia Sava otto. Per Giuseppe Pignatone due, una ciascuno per Michele Prestipino e Roberta Buzzolani.</p>
<p><strong>L&#8217;indagine, secondo la Procura di Catania, </strong>divenuta competente dopo che Lari è stato nominato capo della Dda di Caltanissetta, non ha portato all&#8217;accertamento di alcuna rivelazione di segreti delle indagini e il pm Antonino Fanara ne ha chiesto l&#8217;archiviazione. Gli avvocati che avevano presentato le denunce, Giovanna Livreri e Gianni Lapis, non si sono opposti all&#8217;archiviazione di questa parte dell&#8217;inchiesta, ma hanno contestato un&#8217;altra scelta del pm Fanara, che non intende proseguire le indagini anche su altri fatti, riguardanti presunte omissioni nelle verifiche sulla sparizione dei soldidell&#8217;ex sindaco mafioso di Palermo. Il Gip Giuliana Sam-martino ha fissato l&#8217;udienza per il 30 maggio.L&#8217;unico risultato prodotto finora è dunque l&#8217;acquisizione agli atti dell&#8217;inchiesta dei numeri privati dei singoli pm, che oggi ricoprono ruoli delicatissimi: Pignatone è il procuratore di Reggio Calabria, Prestipino è il suo aggiunto, mentre Lari guida la Direzio-ne antimafia proprio di Caltanissetta.</p>
<p><strong>Lo sviluppo dei tabulati del traffico telefonico </strong>e delle «celle agganciate», cioè degli spostamenti dei possessori dei cellulari, è stato fatto solo ai giornalisti. Poi la Dire-zione investigativa antimafia di Caltanissetta ha accertato che fra le chiamate ricevute e partite dai telefoni dei cronisti non ce n&#8217;era nemmeno una diretta ai pm dell&#8217;indagine su Massimo Ciancimino e sul pro-fessor Lapis, entrambi condannati anche in appello (a Palermo) per riciclaggio e fittizia intestazione di beni.Fra i giornalisti sono stati controllati non solo i cronisti, ma anche i «deskisti» e i capi-servizio.</p>
<p><strong>Ma soprattutto i loro familiari. </strong>Figli anche minorenni, mogli ed ex mogli, mariti e altri parenti, numeri di utenze fisse, anche se non più in uso da anni. Persone del tutto estranee alle vicende, insomma, sono state seguite elettronicamente pure nei loro spostamenti. In maniera curiosa è stato individuato un solo numero realmente usato da una cronista.Le notizie oggetto dell&#8217;indagine riguardavano la perquisizione dello studio dell&#8217;avvocato Livreri e la sua sospensione dall&#8217;esercizio dell&#8217;attività professionale, risalenti al settembre eal novembre del 2006. In entrambi i casi erano state «battute» dalle agenzie, e poi riprese dai quotidiani, tré giorni dopo che erano avvenuti i fatti. Secondo il pm Fanara si sarebbe trattato di «fatti notori» e non più coperti da segreto, anche perché erano a conoscenza degli indagati e di tantissime altre perso ne.</p>
<p><strong>Dalla vicenda vengono fuori anche imbarazzi </strong>e situazioni che, una volta scoperti dai diretti interessati, hanno indispettito non poco i pm «indagati». Perché la Procura nissena, che aveva disposto l&#8217;acquisizione dei loro numeri privati, era retta, nel periodo dell&#8217;inchiesta, cioè tra il luglio 2006 e il febbraio 2008, da Renato Di Natale. Candidato, come Pignatone e Lari, al concorso che avrebbe dovuto nominare ilnuovo capo dell&#8217;ufficio inquirente nisseno. Tra mille imbarazzi per le coincidenze dei tempi degli «atti dovuti» di indagine e le scadenze della selezione celebrata dal Consiglio superiore della magistratura, il pm Ombretta Malatesta, il 24 settembre 2007, aveva proceduto con le acquisizioni dei numeri dei colleghi e del traffico telefonico dei giornalisti. I tabulati erano stati limitati a sei giorni di settembre e a due di novembre 2006. A settembre 2007 erano quasi pronti gli elenchi dei candidati alla guida della Dda nissena. La Dia aveva risposto il 20 febbraio 2008, il giorno prima la decisione del plenum del Csm, che aveva scelto Lari come nuovo procuratore. Di Natale era stato poi nominato capo della Procura di Agrigento.</p>
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		<title>&#8220;Il racconto della trattativatra Stato e Cosa Nostra&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2011 09:19:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Nicola Biondo, da L&#8217;Unità)
Ennesimo pezzo mancante che riaffiora, un appunto manoscritto inedito dal contenuto clamoroso. Conferma l’esistenza della trattativa Stato-Mafia, sostiene che “il patto” fu stipulato a favore di “un futuro governo” e allarga la geografia fin qui conosciuta dei contatti avvenuti tra lo Stato e Cosa nostra all’indomani della strage di Capaci. Una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(di Nicola Biondo, da L&#8217;Unità)</strong></p>
<p><strong>Ennesimo pezzo mancante che riaffiora</strong>, un appunto manoscritto inedito dal contenuto clamoroso. Conferma l’esistenza della trattativa Stato-Mafia, sostiene che “il patto” fu stipulato a favore di “un futuro governo” e allarga la geografia fin qui conosciuta dei contatti avvenuti tra lo Stato e Cosa nostra all’indomani della strage di Capaci. Una storia di spie e segreti di stato. Un patto con la mafia per un futuro governo.</p>
<p><strong>“Ev. Trattativa”. E’ l’incipit del manoscritto – una sorta di titolo</strong> &#8211; dove Ev sta per evenienza cioè da tenere a mente. A scrivere è un giornalista, Guglielmo Sasinini, oggi sotto processo per lo scandalo Telecom. Il manoscritto fa parte di un block-notes sequestrato dalla procura di Milano il 18 gennaio 2007. “Berlusconi – scrive Sasinini &#8211; dice alleiamoci contro Caselli [Giancarlo Caselli fino al ‘99 Procuratore a Palermo] e la sinistra che rompono i coglioni a me e a te”. A chi il presidente del Consiglio avrebbe fatto questa “proposta”  e perché “colpire” la Procura di Palermo? La risposta si trova verosimilmente nel prosieguo della nota.</p>
<p><strong>“Mori [generale dei carabinieri] incontra Ciancimino a Roma </strong>in Piazza di Spagna e gli chiede di avere un contatto con C. Nostra. Pare che Ciancimino parli con Brusca e Brusca gli consegna il &#8220;papello&#8221;- 41bis, cioè gli accordi per la trattativa con il futuro governo”. E’ una lettura top secret della trattativa e ricalca l’ipotesi investigativa odierna della Procura di Palermo secondo cui Mori avrebbe trattato con la mafia tramite Ciancimino, venendo a conoscenza delle “regole” dell’accordo cioè del Papello. Accusa che il generale rigetta ma per la quale è indagato dallo scorso anno. La nota si conclude così: “Pare che vari pentiti (forse anche Brusca) dicono che la trattativa Mori-mafia era stata fatta per conto del futuro governo Berlusconi”. Una frase che consente di datare il report tra il 1996 – quando Brusca diventa collaboratore – e il settembre 1999 quando Caselli lascia la Procura di Palermo. La datazione spiega anche perché Berlusconi avrebbe voluto colpire Caselli: in quegli anni infatti il fondatore di Forza Italia era sotto inchiesta per mafia a Palermo e Firenze. Riassumendo: c&#8217;è un giornalista che conosce aspetti occulti della trattativa Stato-mafia e sa che venne messa in piedi guardando avanti, per favorire “un futuro governo”. Ma come faceva Sasinini a conoscere aspetti della trattativa emersi solo un decennio più tardi? La risposta forse va ricercata nei suoi rapporti con tre uomini chiave del biennio di fuoco ’92-’93. Sono Mario Mori, l’ufficiale che nell’estate del ’92 incontra Ciancimino, il numero due delle carceri Francesco Di Maggio e lo 007 Umberto Bonaventura.</p>
<p><strong>Collaboratore di Famiglia Cristiana e Narcomafie e poi di Libero</strong>, Sasinini dall’inizio degli anni 2000 lavora per Giuliano Tavaroli, ex capo della security Telecom, ad una rete di spionaggio. “Per me –dice Tavaroli &#8211; era la persona di riferimento con il Sisde perché molto legato a Mori”. Un rapporto così stretto quello con il generale da permettere al giornalista di seguire in diretta la cattura di Totò Riina. “Conoscevo bene quel gruppo di guerrieri – rivela Sasinini nel 2008 sulle colonne di Libero &#8211; e condivisi molte giornate con loro e soprattutto con Mario Mori, in particolare l’estenuante attesa della vigilia quando ‘il pacco’ stava per essere consegnato”. Ma l’ultimo segreto del manoscritto riguarda il riferimento al 41bis ritenuto un punto qualificante dell’accordo.</p>
<p><strong>I misteri del 41bis</strong><br />
La procura di Palermo ha recentemente recuperato un documento che getta una luce sinistra sulla decisione del ministro Conso di non rinnovare il carcere duro a oltre trecento mafiosi nel novembre del 1993. E’ un vecchio verbale di interrogatorio dell’ispettore della polizia penitenziaria Nicola Cristella che illumina il mondo delle frequentazioni di Francesco Di Maggio, il numero due dell’amministrazione penitenziaria tra il 1993 e il 1995. Anche qui compaiono Guglielmo Sasinini e Mario Mori insieme ad un importante 007, il colonnello Umberto Bonaventura. Con loro Di Maggio – secondo Cristella &#8211; era solito cenare quasi tutte le sere nell’estate delle bombe del ’93. E’ uno spaccato importante, perché sulla figura di Di Maggio oggi si appuntano due interrogativi degli inquirenti. Il primo: come è possibile – si sostiene &#8211; che Di Maggio ritenuto un “duro” decisamente a favore del 41bis, non abbia mai sollevato alcuna obiezione sulla decisione del ministro Conso di togliere dai circuiti speciali centinaia di mafiosi? Il secondo: ci fu qualcuno che convinse Conso ad agire in quel modo, bypassando il parere negativo della Procura di Palermo?</p>
<p><strong>Canali di collegamento</strong><br />
Il sospetto degli inquirenti è che vi fosse un canale di collegamento tra mafia e Stato nell’estate delle stragi del ’93. Una possibilità che Conso non esclude. “A me non risulta che ci fossero dei mediatori – ha detto l’ex-ministro lo scorso 15 febbraio al processo per la strage dei Georgofili &#8211; ma certo non posso escludere che fra due funzionari, magari una sera a cena, si possa aver detto ‘facciamo un ponte”. Il riferimento pare proprio agli incontri serali del vice-capo del DAP Di Maggio che – particolare non irrilevante &#8211; per primo intuì la ratio della strategia terroristico-mafiosa: “Dentro Cosa nostra – disse a caldo dopo gli attentati del luglio ‘93 &#8211; si è creata qualche aspettativa che è andata delusa”. “Ma se Di Maggio – sostengono oggi gli inquirenti – aveva contezza della strategia mafiosa perché non si oppose alla scelta di Conso?”.</p>
<p><strong>Rapporti border-line</strong></p>
<p>Si ritorna quindi a quelle cene tra Di Maggio, Mori e un pezzo da novanta dei servizi come Bonaventura, a cui spesso partecipavano anche alcuni giornalisti, tra cui proprio Sasinini, con il compito di propagandare sul 41bis una “durezza” che si sgretolò nel novembre del ‘93. A sorprendere oggi gli investigatori sono i contatti informativi di cui potevano godere Bonaventura e Di Maggio. L’ufficiale dei carabinieri – che secondo alcuni avrebbe il curriculum perfetto per incarnare la mitologica figura del signor Franco, l’uomo dei servizi in contatto con Vito Ciancimino – aveva fin dagli anni settanta una fonte informativa vicinissima a Binu Provenzano, un mafioso siciliano emigrato in Germania da cui riceveva preziose indicazioni. Ma anche il prefetto Di Maggio intratteneva rapporti border-line. Uno in particolare con un imprenditore messinese, Rosario Cattafi, che le indagini dipingono come trait d’union tra Cosa nostra, servizi segreti e grande imprenditoria. Un rapporto nato – secondo un rapporto della Finanza – sui banchi di scuola e continuato all’ombra di uno strano circolo paramassonico siciliano – Corda Fratres &#8211; frequentato da boss e colletti bianchi oltre che dallo stesso Cattafi e dove Di Maggio tenne alcune conferenze. Possibile – si chiedono ancora gli investigatori &#8211; che dietro l’unanimità di consensi sul 41bis si nascondeva qualcosa di indicibile, un segreto di stato? Indizi, intrecci inquietanti, forse non prove ma di certo precise indicazioni di come i confini della trattativa tra Stato e mafia vadano rivisti. Ancora troppi giocatori seduti al tavolo verde di quella partita mortale mancano all’appello.</p>
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