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Live Sicilia

Foibe, la memoria dei sopravvissuti

Giovedì 10 Febbraio 2011 07:28 di Gianluca Ferrari

Su chi ha contribuito all’insabbiamento del genocidio delle foibe  grava la responsabilità di aver privato della memoria un’intera nazione, una delle pagine più tragiche della  storia dell’Italia e degli italiani, sacrificata all’ideologia. Il cinismo ha vinto sulla pietà, ha disumanizzato la storia tanto da far rimanere indifferenti davanti alla pulizia etnica, perpetrata dal 1943 dai partigiani comunisti jugoslavi del maresciallo Tito, contro gli italiani stanziati nel confine orientale. Oggi è il 10 febbraio, il giorno del ricordo. Abbiamo voluto dar voce ad alcuni dei sopravvissuti che oggi vivono in Sicilia e che qui si trovarono a ricostruirsi una nuova esistenza. Queste sono le loro storie.

La vita di Gino Zambiasi inizia Fiume, suo padre in realtà originario del Trentino, si unisce ai legionari di Gabriele D’Annunzio prendendo parte a quella che verrà conosciuta come l'impresa di Fiume. Innamoratosi della città e di una donna dell’isola di Veglia, decide di trascorrere lì il resto della sua vita, così dopo  un primo lavoro come poliziotto, ottiene un impiego al silurificio. Gino ha solo pochi anni quando si intensifica l’odio anti italiano, ma ha ben lucido nella mente il clima che si respirava già dopo l’8 settembre del ’43. La sua famiglia fortunatamente non ha subito perdite, ma ha visto con i propri occhi le scene dei  prelevamenti effettuati casa per casa dai soldati di Tito: “Di fronte casa nostra c’era un italiano, aveva una piccola drogheria. Una mattina sentiamo la moglie gridare nella scala, dice che il marito non c’è più, che l’hanno portato via. Mario, il droghiere, non era fascista, non aveva ricoperto nessun incarico istituzionale, e non era neppure un oppositore politico dei titini, non sarebbe stato capace di uccidere una mosca nel suo negozio. Lì non bisognava essere tutto questo, era italiano e questo bastava, il loro intento era farci andare via in qualsiasi maniera. Mio padre poi, non aveva né la voglia né il tempo di correre dietro alla politica”.

Ricorda che le esecuzioni vere e proprie iniziarono nel 1945 alla fine del conflitto, particolare l’accanimento contro chiunque portasse la divisa, carabinieri, poliziotti, “persino i postini, che ai tempi indossavano una sorta di divisa, venivano scambiati per ufficiali e quindi soppressi”. Il clima di terrore diventa sempre più insopportabile per gli italiani e non basta dichiararsi sostenitori del nuovo regime marxista per avere salva la pelle, è richiesto infatti un servizio attivo nello spionaggio e nei rastrellamenti contro i connazionali. Gino Zambiasi lascia però Fiume con la famiglia solo nel 1948, il padre non voleva allontanare la moglie e i figli dal luogo in cui erano nati, gli ostruzionismi burocratici fecero il resto. Partono con in mano le sole valigie, ma sono costretti ad  abbandonare la casa e tutti gli averi, espropriati dal regime, diretti al campo profughi di Trieste. “Al campo i posti letto erano separati da lenzuola legate col fil di ferro, io e gli altri bambini giocavamo a passarci sotto, trovavamo divertente questo vivere insieme a tanta altra gente, eravamo piccoli e non potevamo capire il disagio che vivevano i nostri genitori”.

Dopo poco tempo tornano nella casa natale del padre in Trentino ma “ogni agosto veniva a trovarci un vicino di casa di Fiume, un palermitano, pregava mio padre affinché scendesse con lui nel capoluogo siciliano, diceva che la città era bella come la nostra Fiume, che c’era anche il mare. Così dopo 5 anni decidemmo di trasferirci qui a Palermo, in una casa a Sferracavallo, era il 1953”. “Analizzando le cose, col senno di poi, mi rendo conto di essere un fortunato,  la mia famiglia non è stata distrutta e poi qui abbiamo vissuto bene, lo stesso non può dirsi di molti amici che rimasero per anni nei campi profughi o che al ritorno in Italia furono accolti con sputi e pietre, disprezzati e accusati di essere fascisti perché avevano osato abbandonare quello che definivano il Paradiso terrestre di Tito. Per questa gente il ritorno in patria non fu tanto diverso dalla vita precedente e molti dovettero ad emigrare in Canada o in Argentina perché la situazione divenne intollerabile.”  Oggi Zambiasi si definisce un pensionato felice, ha una splendida famiglia, i nipoti, e presiede l’associazione nazionale degli esuli giuliano-dalmati di Palermo.

La stessa fortuna non accompagnò tutti però. Lucia e Roberto Hoddle avevano una sorella, Enrichetta, prossima ai 18 anni, che nel 1945 si trovava a Trieste a studiare dalla zia. Alla fine della guerra, decide di tornare a Fiume per riabbracciare la famiglia, nonostante la madre glielo avesse proibito categoricamente, vedendo giorno dopo giorno l’intensificarsi della violenza slava. Ma Enrichetta non ascolta le raccomandazioni, la guerra è finita, pensa, che pericolo ci può mai essere? Così arriva a Fiume e si trattiene per un po’ fino a quando, convinta finalmente dalla madre, decide di tornarsene a Trieste. “Mia sorella uscì di casa per farsi vistare la carta d’identità” racconta Lucia, “ma quel giorno non è rientrata più a casa”. “L’indomani un’amica della mamma disse di averla vista in mezzo alle guardie, così si precipitò al carcere, dove in effetti riuscì a vederla da lontano, ma si fidò delle rassicurazioni dei partigiani che dicevano che l’avrebbero trattenuta solo 3 giorni per accertamenti. Il terzo giorno, però, trovò il carcere completamente vuoto, ad accoglierla solo le guardie. Ai tempi io avevo 6 anni e mezzo, la mia famiglia era pronta per fuggire come tanti altri italiani ma fummo costretti a rimanere lì ancora per altri 4 anni nella speranza di ritrovare mia sorella”.

Persero completamente le tracce e costretti a lasciare la città e tutti i loro averi, trascorrono un breve periodo a Trieste fino a quando, per disposizione del ministro dell’Interno, scendono in Sicilia, dove passeranno ben 8 anni nel campo profughi di Termini Imerese. In seguito si trasferiranno a Palermo dove hanno vissuto fino ad oggi. Roberto, fratello di un anno più piccolo di Lucia, ancora oggi non riesce a credere come tantissimi jugoslavi protagonisti dei massacri, arruolati dopo il ’41 nel Regio Esercito italiano, abbiano chiesto e ottenuto la pensione, e lo stesso per tutti i partigiani collaborazionisti italiani che aiutarono le truppe titine nella caccia all’ italiano, fornendo liste di nomi. Nemmeno loro pagarono mai. “Continuiamo a lottare perché si faccia verità, vogliamo sapere dove sono i corpi di tutti quelli che hanno fatto la fine di mia sorella solo per poter depositare un fiore”, dice Lucia.

Originaria di Caltanissetta era invece la famiglia di Annamaria Bruno, a causa degli impegni di lavoro del padre, Luigi Bruno, si trasferiscono a Fiume, per prestare servizio come guardia scelta presso la questura. “Avevo 7 anni quando successe la tragedia, i miei fratelli più grandi furono mandati a Bologna prima che iniziasse l’avanzata di Tito, ma mio padre da buon poliziotto non volle scappare, continuò a rimanere al suo posto. Io l’ho vissuta tutta la tragedia, sa? Quando il 3 maggio del ‘45 entrarono le truppe di Tito a Fiume, ordinarono a tutti i poliziotti di consegnare le armi e anche mio padre si appresto a fare lo stesso con gli altri, diceva che così avrebbe evitato ripercussioni sulla famiglia. Il giorno dopo venne a prenderlo a casa un collega italiano, la cosa strana fu che gli consigliò di lasciare a casa l’orologio, la penna e oggetti personali, per non farseli sequestrare. Il collega la stessa sera tornò a casa, ma mio padre no. Mia madre non vedendolo rientrare, andò subito alla questura per chiedere informazioni ma fu rassicurata dalle guardie circa normali accertamenti di rito. L’indomani, quando ci recammo al carcere di Fiume per portargli cibo e vestiti, trovammo una moltitudine di gente che come noi non aveva più visto tornare i propri familiari. Restammo lì davanti a lungo fino a quando mia madre mi disse di chiamare forte papà e io gridai con tutta la voce che avevo. Mio padre mi sentì e dalla cella in cui era rinchiuso uscì una mano. Fu proprio in quel momento che apparve un titino armato fino ai denti che sparò a casaccio sulla folla, fuggimmo. Mia madre però non si arrese, tornammo l’indomani sul posto e di nuovo chiamai mio padre, lui capì anche stavolta, ma sentimmo solo un suo debole lamento, nient’altro”.

Madre e figlia non demordono e girano senza sosta in tutti i luoghi in cui ci sono italiani arrestati, fino a quando un giorno i vicini confessano di aver visto nella notte dei camion, scortati da soldati con la stella rossa sul cappello, che trasportavano uomini seminudi, tenuti prigionieri. E’ in quel momento che cominciano a crollare le speranze, così a dicembre, si fanno convincere a fuggire da Fiume, salgono sul treno in un vagone bestiame. Un viaggio da incubo di 3-4 giorni, durante il quale avvennero continue perquisizioni da parte "dei soliti sgherri sempre accompagnati da alcuni partigiani rossi italiani, accanto a noi, in treno, c’era una giovane coppia, all’improvviso entrarono e trascinarono via il ragazzo. La moglie che tentava in ogni modo di trattenerlo a sé, venne colpita con il calcio del fucile. Ricordo bene che mia madre e altre donne provarono a confortarla mentre piangeva disperata, dicendole di pensare al bambino. Io cercavo questo bambino ma non lo trovavo, non ero abbastanza grande da capire che era incinta”. Dopo una breve permanenza a Udine nella casa dello zio, i nonni di Annamaria convinsero la madre a tornare a Caltanissetta, dove ha continuato a vivere,

“Fu grazie ai miei nonni che riuscii a continuare gli studi che mi permisero di diventare un’insegnante di scuole elementari, a loro dobbiamo tutto. Anche qui però non mi rassegnavo all’idea di non rivedere più mio padre, guardavo ogni giorno la porta nella speranza di vederlo rientrare e ricominciare la vita tutti insieme, da dove si era interrotta. Smettemmo di aspettarlo quando arrivò un lettera, nel 1948,  recitava telegraficamente e freddamente che mio padre, Luigi Bruno era morto, mia madre la strappò in un impeto di rabbia Da allora l’ho vista sfiorire, e a casa  non si proferì più parola sull’argomento, alcuni ci avevano anche consigliato di non fare riferimento alla vicenda delle foibe per non rischiare di perdere la pensione. Mia madre ricominciò a vivere quando nacque il mio primo figlio, al secondo ho dato il nome di mio padre”. Annamaria Bruno oggi vive a Caltanissetta ma ha sempre lottato per squarciare quell’infame muro di silenzio, ha scritto all’allora Presidente della Repubblica Ciampi, dal quale è stata insignita in memoria del padre.
Ultima modifica: 10 Febbraio 2011 ore 16:46

 

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  • di MILA MIHAJLOVIC
    Presso la Camera dei Deputati è stato presentato al pubblico un libro, stampato e pubblicato più di 60 anni fa, “Il trattamento degli Italiani da parte Jugoslava dopo l'8 settembre 1943”.
    Un evento per nulla eccezionale se non si trattasse di un documento ufficiale del Governo italiano portato alla conferenza di pace di Parigi del 1947 come denuncia e prova inconfutabile di un enorme crimine perpetrato dalle truppe del maresciallo Tito nei confronti degli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia.
    Un crimine conosciuto dalla terminologia contemporanea come "pulizia etnica" con la "sparizione" di svariate migliaia di civili italiani e l'esodo verso l'Italia di 350.000 italiani, fin allora secolari abitanti di quei territori. Vincitori, vinti e congiura del silenzio L'Italia non li ha accolti con affetto. Era in corso l'antagonismo tra vincitori e vinti. Spadroneggiavano i tribunali del popolo, esplodeva la guerra civile e non meraviglia che al treno che trasportava i prostrati esuli viene vietato di fermarsi alla stazione di Bologna. È passato, in piena corsa, tra i binari pieni di gente stupefatta, raccoltasi spontaneamente portando loro cibo e acqua. I dettagli ricordano in un modo sinistro l'estate del 1995 con le frontiere serbe con la Croazia chiuse. Su quelle frontiere affluirono in massa civili serbi scampati alle bombe di croati. Erano più di 200.000. Ricordo bene quell'estate torrida e quella gente che per giorni aspettava di entrare in Serbia, seduta in mezzo ai campi di granturco maturo, davanti alla frontiera serba chiusa. Alla fine, gli italiani sono riusciti ad avere la soddisfazione della verità. Hanno proclamato anche la festa appositamente dedicata. E lentamente, la verità è emersa. La spiegazione dei governanti su questo lunghissimo tacere è stata: non sapevamo. Nessuno sapeva! Ma i documenti ufficiali dicono chiaramente il contrario. Espliciti, proprio come questo libro, stampato e pubblicato con il benestare di Giulio Andreotti e con i fondi governativi. Si sapeva. Eccome. E non solo dei crimini perpetrati contro gli italiani. Militari italiani in Dalmazia - truppe d'occupazione o in missione umanitaria? Insieme alla testimonianza di Ajmone Finestra, già Sindaco di Latina e comandante delle truppe cetniche anticomuniste sui monti della Dalmazia, diretto partecipe dell'accaduto, il libro presenta un inaspettato quadro storico. Per la prima volta, viene sottolineato che la prima pulizia etnica d'Europa sia stata commessa 1941 nei confronti dei serbi di Croazia. Ajmone Finestra lo afferma e descrive l'arrivo dei militari italiani a Gracac, dove scoprono le fosse comuni di civili serbi. Prendono spontaneamente la difesa degli inermi e già la notte successiva si presentano in armi davanti alla caserma degli ustascia per liberare gli ostaggi. Finestra testimonia sui feroci combattimenti insieme ai cetnici contro i comunisti. Egli è anche testimone di un'altra terribile verità: dopo il '43, i civili italiani furono esposti alla furia selvaggia non solo dei Titini, ma anche degli ustascia. Sul territorio italiano, agli ustascia era proibito portare le armi. Un ulteriore sgarbo per loro, che odiavano gli italiani a prescindere, considerandoli usurpatori della loro Dalmazia, tutta e soltanto croata. Dalla loro Dalmazia, infatti, gli italiani portavano in salvo serbi ed ebrei. Soprattutto, nel libro ci sono le foto. Molte documentano le vittime italiane dei campi di concentramento Titini e quelle spinte nelle foibe. Le ultime 10 atroci fotografie testimoniano delle vittime serbe, dei bambini semisgozzati che militari italiani sottrassero alle grinfie ustascia, tirati su dalle foibe carsiche. Spiccano per loro inestimabile valore storico le 5 foto, rarissime prove materiali sull'esistenza del campo di concentramento sull'isola di Pago ove, in soli 132 giorni prima dell'arrivo dei militari italiani, gli ustascia uccisero oltre 42.000 serbi ed ebrei. Gli italiani ordinarono la chiusura di quel campo nel momento stesso della presa del potere. E non solo. A loro va anche il merito di averlo documentato. Senza tali prove materiali, la congiura del silenzio che fino ai giorni nostri ha coperto l'inaudito crimine, lo avrebbe per sempre condannato all'oblio. Ci sono poi quelle che documentano i crimini dei Titini contro intere famiglie serbe, colpevoli di non essere comuniste. Si vedono massacrati nelle proprie case, giacciono per terra nella cucina; perfino un bambino di circa 7-8 anni ucciso nel suo lettino... Finestra afferma che nel 1941 partì l'attacco all'identità nazionale, prima dei serbi e poi degli italiani. "Abbiamo combattuto fino alla fine. E ne abbiamo pagato il prezzo..." - dice Finestra e a gran voce pretende la verità storica, la memoria storica. Verità si deve a tutti. Perché tacere ancora?

  • 2011-02-10 22:06:15

    Sig. Giovanni ma chi avi biglietti ru tram 'nto ciriveddu?

  • 2011-02-10 17:09:16

    A certi utenti che rivalutano gli eredi del fascismo e denigrano il PCI si ricorda che la Costituzione vieta la ricostituzione del partito fascista e apologia del fascismo e che il PCI ha contribuito col sacrificio alla nascita della democrazia. Rispetto per il PCI,non certo x il MSI

  • 2011-02-10 17:03:57

    Rispetto per i partigiani e per la resistenza che ci hanno liberato dal fascismo e dalla dittatura.ormai in una italia revisionista la resistenza viene denigrata e i fascisti sono sdoganati! W LA RESISTENZA E LA COSTITUZIONE ANTIFASCISTA!

  • 2011-02-10 16:52:46

    Va ricordato perchè riguarda anche il presente e le sue difficoltà di pacificazione.
    Filius, ha scritto cose vere e in modo splendido.
    Bisogna anche saperla presentare la verità, altrimenti diventa difficile distinguerla dall'aggressività e dalla partigianeria .

  • 2011-02-10 15:39:18

    "E' difficile scrivere dopo un intervento così completo, esauriente e autorevole , come quello di Filius. E tuttavia credo che , aiutati dall'esser sotto pseudonimo, dovremmo tutti manifestare il coraggio delle nostre idee e della nostra consapevolezza. Invece silenzio, anche e soprattutto da chi si proclama nostalgico del comunismo.
    Sull'argomento in questione mi viene da fare una riflessione. Per cinquant'anni non si doveva dire niente sulle nefandezze che i comunisti hanno fatto in Istria come in Emilia. Ma anche oggi, mi pare, non sempre e non tutti possono parlare di quegli eventi. Infatti anche Pansa è stato contestato e, in più di una occasione, gli è stato proibito di parlare. E ciò è avvenuto ad opera di coloro che gridano contro un potere antidemocratico e censorio. E allora, se questi non sono gli stessi comunisti di allora, per ovvie ragioni anagrafiche, sono sicuramente i loro eredi e sodali.
    Mi chiedo: quante "foibe" ci sono ancora nelle nostra vita? Può considerarsi "foiba" la verità negata, per esempio, sulle stragi? E in tal caso, come potremmo definire chi si adopera per non fare conoscere moventi e mandanti? Questi, con il loro comportamento, offrono un grande aiuto alla mafia, anche se forse non è questo l'obiettivo che si prefiggono. Si potrebbe dire che potrebbero essere i destinatari di un avviso di garanzia per appoggio esterno alla mafia? Noto una brutta similitudine comportamentale tra i protagonisti dei fatti di allora e i finti eroi dell'antimafia di oggi.

  • 2011-02-10 10:44:27

    La storiografia, cioè il racconto dei fatti lontani (la Storia), per sua natura chiede chiarezza, almeno quella possibile.
    La vicenda delle foibe, come ci racconta Gianpaolo Pansa, fu uno degli scenari criminosi successivi alla conclusione del secondo conflitto mondiale. Altre regioni, l’Emilia in testa, furono sconvolte dalla pulizia etnica da parte dei comunisti italiani. Pansa afferma che le vittime comprovate furono più di 20.000 e che parlare di 50.000 non sarebbe un abuso. Si trattò della eliminazione fisica non soltanto degli avversari o nemici politici di un tempo ormai finito, ma della soppresione di migliaia di italiani innocenti di tutto e che, semplicemente, non erano stati comunisti. Racconta il direttore Paolo Mieli che egli chiese al proprio padre, allora segretario di Togliatti, se questi fosse al corrente del genocidio e che come risposta ottenne un “sì”, lo sapeva, ma riteneva opportuno questo epilogo per chiudere la partita e così sotterrare gli odi. Del resto lo stesso Togliatti aveva precedentemente espresso per iscritto il proprio gradimento alla ipotesi di assassinare il filosofo di destra Giovanni Gentile (lo ricorda il Corriere della sera) e ciò avvenne. Se il giudizio dovesse procedere per numeri, potremmo affermare che i comunisti italiani furono criminali ben più di quanto lo fossero stati i fascisti, ma i numeri spesso sono soltanto un’occasione per riflettere e non per giudicare. Ogni cosa, ogni circostanza ha una sua natura, ragione, un suo contesto. Quell’orribile genocidio, però, non si concluse in quegli anni. Continuò per decenni perché si materializzò in silenzio complice, omertoso e assassino della Verità e di questo i complici sono ancora attivi, protagonisti rispettati della vita italiana. Ogni giorno di silenzio complice è equivalso a riaffermare la furia omicida.
    L’Italia, come ogni Stato, ha bisogno di pacificazione e questa richiede iniziative idonee. Ancora una volta la Storia ci soccorre, ci insegna. Infatti ricordiamo tutti come l’Italia repubblicana alzò un muro per annullare quegli effetti ancora possibili per la presenza nella vita pubblica dei post fascisti. A costoro, pur consentendogli la presenza in Parlamento (Msi), fu praticamente preclusa la partecipazione attiva alla vita del Paese. Si creò il così detto “arco costituzionale” ed i post fascisti furono “sterilizati”. Soltanto così fu possibile creare un grande solco tra il passato e il presente, soltanto con un lungo tempo inerte, oltre quarant’anni, fu possibile ed è possibile che si sia tornati a dialogare che gli ormai lontani epigoni del fascismo. Con il comunismo ciò non è accaduto. Gli ex Pci hanno preteso ed ottenuto la loro riqualificazione grazie al molteplice mutamento del nome, senza quarantena. Ma se i responsabili delle decine di migliaia di assassinii (reato che non si prescrive) sono ormai verosimilmente deceduti tuti o quasi, i complici per omertà, i “pali” silenziosi, sono ancora attivi. Nell’Italia repubblicana quest’omertà è costata e costa. Ricordo, uno per tutti, che il responsabile di sette omicidi, Moranino si chiamava, condannato con sentenza definitiva e fuggito nell’Est, rientrò graziato dal neo presidente Saragat (che ottenne in cambio anche il voto del Pci) e fu senatore comunista senza avere scontato un giorno di galera.
    Ecco, oggi, va ricordato anche tutto questo. E riguarda anche il presente e le sue difficoltà di pacificazione.

  • 2011-02-10 08:47:54

    La pulizia etnica che nei regimi totalitari si identifica pure in pulizia ideologica è la parte più infame e vile di questi regimi. Nascondere queste infamie è stato vergognoso, non riesco a comprendere il perchè? Eppure nel dopo guerra l'Italia si è trovata in un'orbita democratica e filo Americana, con quarant'anni di DC al potere, I comunisti mangiavano veramente i bambini?.

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