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Live Sicilia

Il misterioso Massimo
tra verità e "impostura"

Lunedì 06 Dicembre 2010 23:58 di Roberto Puglisi

Ai suoi detrattori più avvertiti Massimo Ciancimino ricorderà probabilmente il  fracappellano Vella, protagonista de “Il Consiglio d'Egitto” di Sciascia, colui che mise in scena l'impostura di una storia inventata e verosimile, per gusto di beffa, per acquisizione di rango e per sberleffo alla verità che, ovviamente, è solo un riflesso di specchi. Le similitudini si fermano qua. Ciò che era impareggiabilmente gioco losco e leggiadro nel romanzo, nella realtà diventa sfida pericolosa: in palio c'è la vita. Massimo, a suo modo, ha già alzato il livello della scommessa:  “Farò una brutta fine”, ha dichiarato. E' un monito che silenzia la ferocia  dei critici. Non si tace per misura o per moderazione. Si tace per paura del contrappasso, per viltà. E se  lo ammazzassero davvero?, si domandano i suoi avversari, quale onta  precipiterebbe sulla schiena di coloro che hanno osato levare un aggettivo contro  una vittima? Chi si riavrebbe socialmente dal colpo di maglio del  disonore, dall'accusa di avere preparato il terreno all'esecuzione, col  “mascariamento”,  l'offesa scritta o verbale che, in Sicilia, di solito precede lo  sparo della lupara?
La confusione è grande, perché si è persa appunto l'unità di misura corretta. In una  terra di carnefici e vittime non si concedono troppe sottigliezze. Uno o è vittima, o è carnefice. Intorno al duopolio manicheo della definizione, sugli spalti della spaccatura, si schierano i tifosi contrapposti. Portano fiori e fango, a seconda della posizione reciproca che, talvolta, è figlia del pregiudizio o  dello spirito ultrà che ormai contraddistingue il dibattito pubblico.

Chi è Massimo Ciancimino? Come ci appare? E' possibile rispondere secondo  intelletto e informazioni, senza lasciarsi prendere dalla voglia di indossare  una maglietta con lo sponsor? Ciancimino jr, a parere di chi scrive, è un uomo  finito in un gorgo grande, forse immane per lui. Non ci pare che abbia la  statura del Grande Fratello cucitore, manipolatore di una strategia mediatica. Ciò non  significa che non possa mentire, nel caso sarebbero presunte bugie con le gambe  corte, frutto di un riflesso disperato, più che di un calcolo. Il  profilo che si può tracciare prescinde dalla valutazione circa la verità delle sue  dichiarazioni a verbale, è un onere che non ci spetta. E ne siamo sollevati.

Massimo Ciancimino indossa, agli occhi degli altri, un vestito di taglia  immensa, scomodo da qualunque angolazione si osservi. E non sembra starci dentro a suo agio. Non è un eroe civico. Gli eroi  umanissimi di questo Paese hanno ben altra storia e diversa qualità. Ma non sarebbe  giusto nemmeno condannarlo all'irredimibilità per il cognome, "sulla parola". Se le sue  collaborazioni ricevessero il crisma definitivo della qualità,  dovremmo anzi essere grati a un figlio di suo padre che si sottrae al solco  sanguinario di una tradizione, per cambiare il destino proprio del nome e delle  cose che vi fioriscono intorno. E' un bel dilemma.
Nell'attesa predichiamo prudenza, sempre identica, infatti,  è la nostra linea sull'argomento. La cautela sia  vigile. Certe prese di posizione del rampollo di don Vito sono sbocciate male. In giorni non ancora sospetti lanciammo una sorta di  appello a Ciancimino junior e ci permettiamo di ripeterlo: svolga il suo ruolo con  sobrietà, non partecipi ai convegni, sedendo accanto a fratelli di giudici  morti ammazzati per il dovere, non rilasci interviste a blog compiacenti, non faccia parlare di sé, non  entri nel personaggio, anche se capiamo che può essere un ingresso comandato  dal dolore. La discrezione ai margini degli atti necessari è l'unica strada  percorribile. Così non saremo più costretti a dividerci sugli spalti. E non  avremo la fastidiosa impressione di leggere una trama alla fracappellano Vella,  declinata nel reale. La filigrana sordida e pericolosa di una moderna impostura.

 

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Commenti

  • 2010-12-07 16:07:11

    Il sottoscritto è da sempre uno dei "detrattori più avvertiti" di Massimo Ciancimino, è noto, e lo sa bene anche lui, che spero mi legga.

    Ho anche scritto un libro, su di lui, che è stato acquisito agli atti processuali su richiesta del generale Mario Mori, nel procedimento a suo carico.

    Nulla di personale.
    Semplicemente ho sempre trovato molto difficile, a personale sensazione e convinzione, credergli, e molto facile supportare le mie convinzioni.

    Oggi sui giornali dell'antimafia professionale e su antimafia duemila, leggiamo Rita Di Giovacchino che scrive: "Non si tratta di essere amici o nemici di Gianni De Gennaro, come già qualcuno distingue, la verità è che siamo di fronte a un canovaccio inconsistente in cui non c’è nulla che torni. La tipologia dei personaggi, i tempi, la stessa età dei protagonisti non coincide."

    Io queste cose le scrivo da mesi, praticamente inascoltato.
    (debbo per dare atto a questa testata di avere sempre pubblicato, senza censure, le mie opinioni.)

    E, molto sinceramente, non ho mai creduto neppure alle azioni minatorie subite dal testimone, l'ho fatto capire chiaramente.

    Non vedo la ciccia, nelle cose dette da M. Ciancimino sino ad oggi, per giustificare il timore di un attentato alla sua vita.

    Ma oggi, per la prima volta, intravedo effettivamente un pericolo.

    Una debacle giudiziaria di quest'uomo, potrebbe rappresentare una minaccia per la sua incolumità, e questa volta concreta.

    Lo dico molto schiettamente e a muso duro, poichè sono un tipo completamente asservito alla mia logica, dalla quale purtroppo non riesco a separarmi.

    Questo pericolo, questo "vulnus" nella sua sicurezza, esiste: un Massimo Ciancimino martire, potrebbe rappresentare in questo momento una tentazione molto forte per più di un sogetto privo di scrupoli, poichè, persa la "gola profonda", il suo omicidio potrebbe riparare alla perdita rappresentando di fatto un depistaggio di serie "A" sulle vicende dei primi anni 90 (ma anche successive).

    Se posso dare un suggerimento sincero, e non ironico, a Massimo Ciancimino, è quello di cominciare, e subito, a dire la verità vera sulle cose veramente "di peso", che probabilmente lui sa, lasciando da parte i timori delle rappresaglie ideologiche, e credo che lui capisca di cosa sto parlando.

    In parole povere, la sua assicurazione sulla vita è secondo me rappresentata dalla verità sui documenti, quelli prodotti presso la DDA di Caltanissetta ed al processo Mori-Obinu: le cd. "lettere"di Provenzano e don Vito a Berlusconi, che in realtà in molti abbiamo capito benissimo trattarsi di un "J'accuse" di suo padre contro qualcuno per circostanze da lui apprese metre era in carcere.

    Già lo scorso mese di agosto, scrissi una lettera aperta a Massimo Ciancimino invitandolo a dire la verità su quei documenti.

    Debuttavo così:
    "Caro Ciancimino,
    perchè non dà libero sfogo a tutta questa voglia di verità che c'è in lei, e non ci racconta che cos'era veramente il "triste evento" di cui parlava suo padre nello stralcio di nota che lei ha prodotto all'Ucciardone l'8 febbraio 2010?"

    Già, caro Ciancimino. Io credo che lei (se mi legge), con un po' di buona volontà, potrebbe rammentare dove si trovano i ritagli mancanti di quei documenti lasciati da suo padre così da aiutarci a capire veramente che cos'era quel "triste evento".

    Così come credo che la verità su quel "triste evento" sia un tassello fondamentale per ricostruire i fatti di quegli anni.

    Lo so che è una cosa grossa, ma nella vita a volte bisogna respirare lungo, e decidere per la verità, che è la sola cosa che paga, e qualche volta, nelle avversità, ti aiuta anche.

    Se non altro, può far desistere qualcuno dalla tentazione di creare un falso martire, che di questo noi cittadini italiani non abbiamo bisogno, e soprattutto non ne ha bisogno lei.

  • 2010-12-07 14:25:24

    Il fatto che su un brano come quello scritto da lei, carissimo dottor Puglisi, si sia rimasti soli, mi induce in amare riflessioni. Però, che ce frega, noi ci divertiamo ugualmente.

  • 2010-12-07 00:59:02

    Scrive Puglisi nella sua lucida analisi (se non ne conoscessi le fattezze, lo immaginerei, da questo suo articolo, canuto, magro e misantropo. Invece è un giovane uomo, simpatico e brillantissimo.)scrive: “a parere di chi scrive, (Ciancimino n.d.r.)è un uomo finito in un gorgo grande, forse immane per lui. Certo, estrapolare un concetto da un più ampio contesto è operazione sciocca e non cadrò nella facile tentazione, ma la metafora del gorgo credo che viga anche da sola. Quindi la domanda: l’origine del gorgo? E’ interna o esterna a Ciancimino? Nessuno può oggi dare una risposta definitiva. E se vogliamo inerpicarci nelle percentuali di credibilità allora l’origine interna, cioè provocata dallo stesso figlio di don Vito, appare la meno probabile giacché le somministrazioni di documenti e di “rivelazioni” sono state e sono talmente tempestive rispetto a fatti estranei al protagonista che, senza un coordinamento esterno, non gli sarebbe stato possibile fornirle nei tempi acconci. E’ più probabile, allora, l’ipotesi dell’origine esterna, della guida eterodiretta. Ovviamente questa ipotesi pone la domanda: eterodiretta da chi? Non dimentichiamo la metafora di Puglisi sul gorgo. Cioè un vortice che circonda e spinge verso il centro, in basso. Chi vi si trova al centro s’inabissa. E non è “colpa” del gorgo poiché questo, di per sé, accerchia e spinge per sua natura (gorgo è), ma, se di “colpa” si può parlare, questa è del motore, di chi ha avviato il gorgo senza supporre che si sarebbe creato. Dunque, sempre in relazione alla ipotesi di guida eterodiretta, chi ebbe interesse ad utilizzare il Ciancimino “cunctator” (temporeggiatore, ahi Quinto Fabio Massimo…)? Lo scenario, come tutti i fatti complessi, comprende chiunque poiché non ci si può permettere di escludere alcuno. Né il giovane Ciancimino, né il vecchio “signor Franco”, né un manipolatore interessato, né un inquirente ansioso di risultati. Chi può dirlo? Nessuno dotato di raziocinio e di rispetto verso la logica può escludere alcuna ipotesi. Si potrebbe con le viscere e ritengo che, infatti, i commenti viscerali non mancheranno, con i loro bravi e innumerevoli puntini, con gli immancabili punti esclamativi e con la messa in dubbio delle altrui facoltà intellettive. Il problema, per fortuna, è un altro. E’ l’accertamento della verità e questa, come sta accadendo sul fronte di chi abbia favorito la mafia sopprimendo il carcere duro (ancora si deve capire il perché), prima o poi arriva. La pazienza l’abbiamo, anche perché si tratta di “pazienza collettiva” e quindi supera le sorti del singolo. Nessuno si illuda. La verità arriverà.

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