Noi bambini imparammo l’amore per gli animali dalla Signora e Ciciritto. Lui era un cane peloso, buffo, scodinzolante e anchilosato, dal pedigree incerto. Lei se la passava pure peggio. Ma si amavano e si sostenevano, trasformando l’involontaria comicità di due esseri al tramonto in tenerezza ed esempio. Erano sempre accanto: sulle scale, in piazza, o dal fruttivendolo. Si accompagnavano con gli sguardi e con le carezze. Si aspettavano, quando uno dei due ritardava. L’esistenza insieme – nell’impegno di badarsi l’uno con l’altro reciprocamente – era più complicata. Era assai più dolce.
Ciciritto mi è tornato in mente l’altra mattina, per contraddizione, quando ho aperto una mail e mi sono trovato davanti agli occhi uno schianto: la foto di un canuzzo impiccato a un cassonetto. Un piccolo cane col collo reclinato e le zampe irrigidite, appeso e straziato, Gaetano. Forse a qualcuno parrà un particolare insignificante, un tassello minimo, seppure esecrabile, una macchia minuscola in una realtà triste e problematica come Palermo. A noi no, infatti dedichiamo all’evento e ad altri fatti collaterali la nostra attenzione domenicale. Se qualcuno ammazza un cucciolo con tanta efferatezza, vuol dire che in città c’è un problema di tutela dei deboli, di inciviltà e di livello complessivo della qualità della vita. E adesso, per favore, non scrivete che tanto fanno così perfino a Belluno. Noi stiamo a Palermo. E crediamo che Palermo sarà un luogo migliore quando non si impiccheranno più cani (né gatti), quando non si abbandoneranno più. C’è un nesso stretto tra il corpicino ciondolante di Gaetano e l’orrore che ci circonda. Tutto si tiene, tutto si spiega. Tutto deve essere denunciato.
Quando divampa una grande passione tra due creature, la questione è una sola: chi andrà via per primo? Chi lascerà l’altro a piangere nella sua solitudine inguaribile?
Toccò a Ciciritto morire in anticipo. La Signora lo seppellì, sotto un mucchietto di terra e fiori che dava sul mare. Ancora oggi un pezzo di lapide stinta “Cicirit” si intravvede. Ancora oggi noi, vecchi bambini che passiamo di là e sappiamo dove cercare, possiamo leggere e ricordare come imparammo l’amore.











Una favola dolce-amara quella della Signora e Ciciritto, raccontata con la grazia che ti è amica e che ispira i tuoi nobili pensieri. Sugli animali e sulla vita. Amare comunque la vita, questo il messaggio che colgo nel tuo delicato racconto e non si può farlo veramente se escludi gli animali, i cani, i gatti e gli altri. O, peggio, se li maltratti, se li uccidi addirittura esponendoti al ludibrio delle genti. Di tutte le genti che hanno dignità…
L’indifferenza, il cinismo, la crudeltà nei confronti delle bestiole è parte di un problema ancora più ampio che riguarda la nostra città. E’ come se parlassimo di metastasi in un corpo minato da un blastoma. Provo pietà per chi commette questi atti vili ai danni di esseri indifesi, deboli e non certo inferiori che sicuramente ci insegnano il valore dell’amicizia e dell’affetto disinteressato.
Soccorrere un cucciolo lanciato da un’auto in autostrada e doverlo fare abbattere dal mio veterinario per frattura della mandibola tra il latrato di dolore e le mie imprecazioni, così come sottrarre dalla strada qualche cane di razza senza microchip fa parte del mio vivere palermitano.
Purtroppo ci vuole un’altra cultura, un’altra paideia (non smettererò mai di ripeterlo). Bisognerebbe introdurre lezioni di etologia nelle scuole di grado inferiore, ma la nostra, ahimè, è ormai una scuola da cani(con tutto il rispetto per loro), impegnare i ragazzi in servizi di volontariato ai disabili, agli anziani, promuovere la tutela e il rispetto per l’altro. Perfino spalare gli escrementi al rifugio del cane potrebbe servire..
Paolo VI disse : “Un giorno rivedremo i nostri animali nell’eternità di Cristo”, e rivolto ai medici veterinari: “Vi esprimiamo il nostro compiacimento per la cura che prestate agli animali, anch’essi creature di Dio, che nella loro muta sofferenza sono un segno dell’universale stigma del peccato e dell’universale attesa della redenzione finale, secondo le misteriose parole dell’apostolo Paolo.”
Papa Giovanni Paolo II nel 1990 si espresse così: “La Genesi ci mostra Dio che soffia sull’uomo il suo alito di vita. C’è dunque un soffio, uno spirito che assomiglia al soffio e allo spirito di Dio. Gli animali non ne sono privi.”
Chissà, ma un racconto come questo di Roberto Puglisi riafferma la priorità dei sentimenti sulle gerarchie biologiche. E non è male farvi i conti.
Il mio saluto affettuoso a Benvenuto Caminiti, amico di tempi lontani ed ottimo avvocato-giornalista.
Questo racconto-denuncia potrebbe essere riscritto cambiando il nome della città: invece di Palermo si potrebbe scrivere Catania, la mia città. Bella ed infelice. Maltrattata da chi la governa e da chi la vive. Anche a Catania si fa scempio dei deboli e anche qui in molti, troppi, giriamo la testa dall’altra parte. Per indifferenza o perchè, tacitando la nostra vocina interiore, pensiamo che qualcun altro,sicuramente, avrà visto e denuncerà. Senza pensare che, magari, se aggiungessimo la nostra voce, tante altre voci, il grido e la rabbia dei pochi che hanno il coraggio e la coscienza civile di denunciare si leverebbero più forti. Nessuno può aiutare questo Sud se chi ci vive si lascia vivere.