C’è un cane piccolo piccolo sul portone della signora che aveva un nome che non le è servito a niente. E’ un cucciolo alla “Lilli e il Vagabondo” dal pelo sdrucito, molle e bagnato sotto una pioggia slavata e cattiva. Lo sguardo è un pozzo di paura animalesca. Ti avvicini. Scappa. Si nasconde dietro la ruota di una macchina. Da lì si inventa un guaito che vorrebbe essere un ruggito.
Via Eleonora Duse, a Palermo. Il palazzo verde è stretto tra un parcheggio e un viottolo che conduce lungo una strada trafficata. Non puoi fuggire senza un mezzo, a piedi non vai da nessuna parte. Sul citofono del palazzetto con i balconi smangiati si legge: G. Ricottone. G. sta per Giuseppa.
Qualche giorno fa i condomini, qui, sono stati infastiditi da un odore penetrante di decomposizione. I carabinieri hanno trovato la signora Giuseppa, settantesei anni, distesa nel suo sangue, nella cucina del suo appartamento del secondo piano, scala A. Era morta da un po’, probabilmente da Ferragosto, per colpa di un malore e di una caduta.
Non parlava con nessuno, nemmeno scambiava il chiacchiericcio di rito del passaggio in ascensore. In effetti, non usciva mai. Si sa soltanto che Giuseppa Ricottone sopravviveva con cinquecento euro al mese. Nessuno, dopo il decesso, avrebbe reclamato la salma, destinata alla fossa comune dei Rotoli. I giornali hanno raccontato i fatti in poche righe. “La Repubblica”, nell’edizione di Palermo, si è sforzata di fornire qualche elemento in più. La cronaca, il “dramma della solitudine”, l’apartheid sociale, la foto del palazzo, un cubicolo dal tono “pisello surgelato”. Il commento di un condomino a margine dell’articolo. “Questa morte è una sconfitta per tutti”.
Sbagliato, caro condomino del numero civico 79 di via Eleonora Duse, Palermo, in zona Pallavicino. La vita di Giuseppa è stata una sconfitta tutta sua. Molto di più che un’esistenza invisibile nel finale. Impalpabile, inconsistente, trasparente, apparentemente inutile, fragile, dimenticabile, leggera come una foglia portata via da un vento senza pretese. Una labile traccia. “G. Ricottone”, il nome piantato sulla plafoniera come una bandierina nel nulla, il nome che non è servito a nulla. Almeno, la morte l’ha sottolineato con una cenere di disfacimento e malinconia. Almeno la morte è servita al ricordo, come una crudele vittoria di Pirro.
Da qui non si fugge. Dove mai sarebbe andata la vecchia Giusy con le sue vecchie gambe? Alla destra del palazzo imprigionato nel suo incantesimo solitario, c’è una collinetta agra che conduce a uno slargo di marmitte che scatarrano placidamente. A sinistra si va verso un polveroso infinito, inframezzato da pali della luce e cespugli di rame. La strada verso la città ha bisogno di ruote gommate per essere percorsa fino a un traguardo soddisfacente, fino allo spruzzo di libertà rappresentato dall’insegna-vela di un tabaccaio.
Il palazzaccio della vecchia Giusy è giovane ma brutto. L’intonaco è divorato, bucherellato. Chiediamo notizie di lei alle cose inanimate, perché mai le persone che in tanti anni non l’hanno vista potrebbero riferire pezzi di un discorso sensato. Stava al secondo piano. Due balconi, da tirare a sorte. Quale sarà il suo? Il balcone che volta le spalle al sole ospita due sedie. Una è la classica sdraio, l’altra è una seggiola bianca, distante dalla prima, cioè non sembra messa lì come un poggiapiedi. Sono due sedie che lasciano immaginare due persone a colloquio o in silenzio, a portata ravvicinata di occhiate. Non è il caso di Giusy. Lei era sempre sola. L’altro balcone è illuminato a giorno, nonostante l’interruzione di una pioggerellina. Non ci sono sedie, appena qualche piantina, i vasi di erba grassa che ci vogliono per ascoltare le parole inascoltate di un relitto umano.
Noi non conosceremo mai più Giuseppa Ricottone. Non avremo scoop utili circa la sua faccia o i suoi lineamenti. Tentiamo l’impresa di non rendere completamente inosservato il suo passaggio. Ora pensiamo di sapere l’identità del suo balcone: quello con l’erba grassa (invece – scopriremo - era quello con la sdraio e la sediolina bianca in attesa di compagnia non pervenuta).
Questa è una storia palermitana. La raccontiamo, sottraendola all’oblio, perché Palermo è diventata la capitale mondiale della solitudine. Nel canovaccio di via Duse, sta scritto in filigrana, meglio che altrove, il destino singolare e individuale di una comunità fiaccata, nascosta dietro le finestre, inerte e divorziata da se stessa.
Nessuno è immune dal morbo della bruttezza e dell’assenza che ha ucciso Giusy. Non i precari della scuola, non gli anziani, non la gente semplice, non i visionari in cerca di pantere, non i politici, non i poveri e neanche i ricchi, non i disabili. Dentro la cinta urbana della capitale ribolle un lazzaretto di corpi in cerca di contatti, pensieri, respiri e carezze: tesori che non trovano. Sono corpi che, uniti, non fanno più mezza coscienza. Giusy è morta da sola, metafora perfetta, santa patrona del disfacimento civile. Noi crepiamo, giorno per giorno, da soli, nel vuoto, senza accorgercene, senza ribellarci, senza vie di fuga, senza conoscerci tra di noi. E non sentiamo la puzza della decomposizione.
Così morirà, solo e infradiciato, il cagnolino randagio di guardia al portone di via Duse. Verrebbe voglia di chinarsi e accarezzarlo, sfidando i suoi morsi di gomma e i suoi guaiti di tenero terrore. Ma perché illuderlo con una irrealizzabile promessa d’affetto? Non ci sono mani tanto grandi e capaci per salvare le anime da questo inferno. Non ci sono sogni né scodelle d’acqua fresca per alleviare la pena delle creature abbandonate dietro i vetri dello zoo di Palermo.











Dire che “Palermo è diventata la capitale mondiale della solitudine” mi sembra eccessivo. Storie così succedono spesso anche al nord, dove si stenta addirittura a salutarsi tra vicini di casa. Io posso parlare ad esempio dei componenti di una famiglia che conosco, sempre attenti alle necessità di una anziana vicina di pianerottolo che abita da sola.
E’ bene comunque soffermarsi di fronte a queste storie di assoluta solitudine, è bene conoscerle per prendere coscienza della direzione in cui sta andando la nostra società.
Adesso la signora Giuseppa non è più sola.
Anche a me aveva compito la storia di questa morte dimenticata.
Buon pezzo, forse un pò troppo lungo.
Io credo che questa solitudine singola sia lo specchio di una solitudine collettiva. Che rende Palermo unica. Purtroppo. Saluti.
La società ha avuto un’evoluzione che può definirsi involuzione…si involuzione!
dai tempi della comparsa dell’uomo sulla terra egli ha sempre creato gruppi sociali, gerarchie, solidarietà e così via, si è creato un tessuto sociale. Oggi assistiamo ad un profondo disfacimento di tale tessuto, la famiglia piena di problemi anziché risolverli opta per la rottura di essa o meglio ancora vivono in assoluta disgregazione nell’ambito della stessa casa. Il posto di lavoro, luogo che per molti versi ti isola totalmente in quanto devi stare attento che l’altro non ti freghi diventando diffidente e ti chiudi sempre più in te stesso…la sera torni a casa ed anche se siamo bene inseriti nella ” società” ti guardi allo specchio e sai che di fatto sei solo…si sempre più spesso sai che chi ti sta vicino durante la giornata, per lavoro o per qualsiasi altro motivo, ti accorgi che ti sta vicino perché ha qualche scopo…si…si… si…difficilmente ci accorgiamo l’uno dell’altro, quando di fatto, abbiamo bisogno sempre dell’altro che ti tende una mano negli immancabili momenti di sconforto…ma l’altro non c’è! la signora Giuseppa non è che l’esempio massimo di una solitudine che ti rende invisibile in una società sempre più affannata e soprattutto sola…
il tutto rispecchia l’impotenza dell’uomo, incapace nel gestire situazioni come queste…però capace nel dire e nel giudicare… senza capire che il tutto resta irrealizzato…
Complimenti a lei Roberto, bellissimo articolo.
Buona Giornata
Roberto, mi sono permessa (citando la fonte e lo scrivente) di pubblicarlo sul mio fb.. abito in quella zona e ne conosco la solitudine, la solitudine e strafottenza di questa città bella come una donna bella ma senz’anima..
Pur rispettando l’opinione dell’autore del pezzo, continuo a non credere che Palermo sia anche in questo, peggiore di tante altre città. Quale sarebbe l’immensa solidarietà che c’è in altri luoghi? Quella della “Milano da bere” tutta sorrisi ed ipocrisie finchè sei bello, con un buon lavoro e disposto a fare gli aperitivi in locali alla moda? Poi però se perdi il lavoro o hai un serio problema di salute, nessuno ti cerca più.
Mi indicate per piacere una città dove non succedono storie come quella della signora Giuseppa?
Non sono campanilista attenzione, quando c’è da riconoscere un limite di Palermo sono la prima a farlo ma davvero non penso sia una prerogativa della nostra città.
Non c’entra la solidarietà, manca la comunicazione, la rete anticaduta che ci unisce nelle storie piccole e grandi. Lei conosce altre città tanto sole e abbandonate da subire lo scempio di Palermo in silenzio?
Caro dr. Puglisi, premetto che la stimo molto come giornalista e per i pezzi che scrive, sempre densi di emozione e che fanno vibrare le corde del cuore.
io sono il condomino di Via E. Duse che abita nel balcone che ha tirato a sorte ed ha sbagliato: si proprio quello con l’erba grassa.
Mi chiamo Carlo Ferlisi, ho 47 anni e vivo lì da 19 anni; in quel palazzo con l’intonaco bucherellato. Infatti presto provvederemo a sistemarlo. Devo assolutamente chiarire alcuni passaggi del suo “duro” pezzo che sicuramente è privo di “storia”, della “storia” di Giuseppa che ha vissuto tanti anni con i condomini.
Allora credo a questo punto che chi come Lei e come tutti i suoi colleghi che hanno scritto i loro articoli, hanno alzato il vessillo della solitudine e dell’abbandono, hanno il “dovere” di sapere ciò che non sanno.
Giuseppa, per noi la Signorina Ricottone, è si morta da sola, noi tutti lo imaginavamo che sarebbe finita così, ma questo non giustifica il suo bellissimo e toccante articolo fatto su una persona di cui fino a 10 giorni fa Lei non sapeva neanche l’esistenza (e la sua solitudine).
Nel nostro condominio siamo dieci famiglie che da sempre, soprsttutto per quelli che vivono lì da quasi 20 anni, si sono riconosciute in una unica famiglia.
la Signorina Ricottone era una persona schiva, che “tendeva” per sua natura alla solitudine, aveva un suo caratterino, ma i questi anni non è mai stata sola.
Questo lo posso dire perchè non abbiamo mai visto suoi parenti, i suoi parenti eravamo noi.
la Signorina Ricottone è morta sola, è morta probabilmente il giorno di ferragosto, probabilmente anche se avesse vissuto in Via Libertà o nel suo condominio, Dr. Puglisi, sarebbe morta da sola.
Mi permetto di parlare a nome di qualche condomino “anziano”, perchè in tutti questi anni la abbiamo accudita come fosse una nostra parente.
la Signorina Ricottone qualche anno fa ha avuto dei problemi economici e noi invece di lasciarla sola abbiamo provveduto per anni a pagare le quote condominiali senza neanche preoccuparci per quanto tempo, che poi Lei ci ha restituito fino all’ultimo centesimo con non poche difficoltà ma con molto decoro.
alla Signorina Ricottone io personalmente prima dell’estate le ho riparato quell’etichetta che Lei, Dr. Puglisi, ha letto sul citofono: G.Ricottone, l’ho riparata io un giorno che mi citofonò dicendomi se potevo chiamare l’amministratore per fargliela riparare. dopo dieci minuti sono sceso con cacciaviti vari e l’ho rimessa a posto e poi, fiero della mia opera, l’ho chiamata al citofono: “Signorina, l’etichetta l’ho aggiustata io, tutto a posto”. e Lei mi ringraziò. Ci sono tanti episodi che potrei raccontarle Dr. Puglisi, senza mai avere pensato di volere polemizzare con il suo articolo che comunque deve servire da monito per tutti coloro che convivono con condomini soli. Però mi fa male e farà male a tutti gli altri condomini che negli anni si sono presi cura di Lei, della Signorina Ricottone, essere etichettati come coloro che da “strafottenti” hanno lasciato morire una persona in assoluta solitudine. Non è così e lo dico con rabbia.
Forsa la colpa mia e di mia moglie è stata quella di trascorrere il periodo estivo a Mondello e non a casa; però io lunedi 23 agosto, in una calda mattinata di afa estiva, mi sono alzato e dopo pochi minuti ho detto a mia moglie: “io devo andare a casa a Palermo”. E mia moglie mi ha risposto: “ma cosa devi andare a fare?”. Non ho saputo dare una risposta precisa ma sono andato. Sono andato ad innaffiare le piante grasse del balcone sbagliato, quello della mia scala, anche se non dovevo. Forse la Signorina mi voleva rimproverare perchè era morta e noi non ce ne eravamo accorti. Io ho cercato di entrare a casa sua ma mi è stato (giustamente) impedito; io ho aspettato davanti il portone, da solo, che scendesse la bara di legno grezzo, per accarezzarla, per salutarla, perchè Lei era morta, ma non era sola.
Dr. Puglisi, scusi lo sfogo, ribadisco che il suo articolo è giusto e dovuto, di gente sola e abbandonata che muore nell’indifferenza se ne legge ogni giorno, bisogna tenere sempre alta la guardia e sensibilizzare l’opinione pubblica.
Della Signorina Ricottone, che resterà sempre nei nostri cuori (dei condomini), adesso mi mancherà la telefonata che faceva a casa mia ogni mese quando l’incaricato dell’Amministratore affiggeva l’avviso delle quote condominiali: “Sono Ricottone, mi dice che c’è scritto nel “manifesto” appeso in portineria?”. “Buona sera Signorina, martedi alle cinque e mezzo passa l’amministratore per le quote condominiali. Di niente Signorina. Buonasera”.
Signor Carlo, nessuna colpa. Io so che lei è una persona sensibile, l’ho capito leggendo “Repubblica”. Avrei voluto parlare con lei, ma evidentemente non era in casa. Vede, la solitudine che ci avvolge – in questo come in altri casi, infatti non ho mai parlato di colpa – più che una fatalità è una cappa di rassegnazione da combattere. La saluto con affetto e stima.
La ringrazio per l’affetto e stima che ricambio pur conoscendoLa solo attraverso tv, giornali e web.
Ribadisco l’eccellente qualità del suo articolo, e sono contento che si sia trovato un modo per affrontare il tema della solitudine – che colpisce non solo gli anziani ma anche i giovani – e degli anziani che dovremmo tutti imparare a rispettare di più.
Un bacio alla Signorina Ricottone nella sperenza che qualche suo parente si faccia vivo (anche se ci poteva pensare qualche… anno prima) che poi gli facciamo qualche domanda sulla solitudine e sull’amore per i propri cari…
Spero un giorno di poterla conoscere e scambiare due chiacchere.
Carlo Ferlisi
Bentornato Roberto, bentornato cuore d’oro che proietti su una parete buia le sagome di tante anime perse.
Ironia della sorte: dal Giornale di Sicilia di oggi 3 settembre 2010 “Trento, muore e nessuno se ne accorge, nemmeno suo fratello”. Il suo corpo, MUMMIFICATO, trovato dopo (non è un errore di stampa) 20 ANNI!!!
Siamo nella civilissima Trento, e il fratello per vent’anni si dimentica di fare una telefonata o di pensare – in “trentinese”: “viremu chi ddici me frati oggi”.
Allora prima di sparare, bisogna prendere bene la mira, accertarsi che il bersaglio sia giusto.
Alla prossima morte in solitudine, e lo imploro a tutti i giornalisti, prima di scrivere chiedete notizie ai vicini, ai parenti, poi andate giù pesante, ma SOLTANTO dopo avere accertato la verità.
Caro dr. Puglisi, se mi scrivesse: è vero, ho esagerato, o è vero, ho sbagliato, farebbe davvero giustizia a “G.Ricottone”, che non è un’etichetta, e neanche un romanzo, ma una persona sola che adesso non c’è più.
Quello che ho scritto era chiarissimo e l’ho pure successivamente chiarito con la mia risposta a un suo precedente commento. Saluti. Ps. Io non so sparare.
Il problema non è che non è stato chiaro, il problema è che i condomini non sono stati “infastiditi” dall’odore della decomposizione, questa non è una storia palermitana e non credo che Palermo sia la capitale mondiale della solitudine, non è assolutamente scritto in via duse il destino di una comunità fiaccata, nascosta dietro le finestre, inerte.
È invece chiaro che noi crepiamo da soli giorno dopo giorno, e non sentiamo la puzza di decomposizione.
È altrettanto chiaro che siamo in pieno disfacimento civile, che il nostro futuro è grigio tendente al nero, ma (non tocchi) si ricreda sulla comunità di Via Eleonora Duse, 79, anche se l’intonaco è bucherellato e il circondario è desolato (per noi è meraviglioso): le posso assicurare che per tante vicende passate ci siamo stretti sempre tutti attorno, risolvendo insieme tanti problemi, gravi e non, senza bisogno di inutili riunioni condominiali, e sono certo che ciò avverrà anche in futuro.
Mi creda, Via Duse non è “La città della solitudine”, mi dispiace.
P.S. Con la stima di sempre.