“Sono d’accordo con Granata”

martedì 3 agosto 2010
18:07
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“Condivido pienamente le dichiarazioni dell’onorevole Granata. Anzi credo che si sia fatto un passo avanti importante da parte della politica, un passo coraggioso atteso da anni”. Così il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia ha commentato le parole del deputato finiano Fabio Granata, vicepresidente dell’Antimafia. “La presa di posizione di Granata – ha aggiunto – è ancora più importante visto che viene da un politico con un ruolo istituzionale e di rilievo nella maggioranza di governo”. “Fino ad oggi – ha spiegato – la posizione prevalente, tra i politici, è stata mettersi al traino della ‘responsabilita’ penale e sostenere che fino a quando non ci sia una sentenza definitiva la politica non debba intervenire. E invece non occorrono sentenze definitive perché la politica prenda posizione. la responsabilità politica prescinde, è autonoma da quella penale”. “Rendersi conto di ciò – ha concluso – consentirebbe di evitare di sovraccaricare il processo di una funzione che non ha”.

 
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Commenti

  • scritto da honhil

    Sembra vero e forse lo é. Ma a volte è solo l’eco della (brutta) coscienza. O molto più semplicemente è il fruscio del mouse sul tappetino. O è l’una e l’altra cosa insieme. O anche un richiamo d’intenti. Chissà? Non per niente una mano lava l’altra e tutt’e due lavano il viso. Pagina trovata e fine della riflessione. « L’accusa di Granata: “Io capro espiatorio del Pdl” scritto da honhil 25 lug 2010 11:15 am Granata raccoglie il peggio di Spatuzza e di Ciancimino j lo frulla e lo trangugia. Poi indossa i panni di un pm tipo Ingroia e annuncia il nuovo vangelo secondo Antonio. Ed è tutto normale. Sposa una tesi che certa magistratura, con Di Pietro capostipite, da vent’anni cerca di tramutare in sentenza è per lui tutto è regolare. Lui è Granata l’ immacolato. La bocca dal profumo di rosa. L’apostolo della buona parola antiberlusconiana. Il savonarola del triangolo aventi per vertici Agrigento, Caltanissetta, Enna. Dei probiviri, l’epigono dei grandi mescolatori in toga, non ha nessuno timore. Anzi che lo convochino subito. A patto, però, che non si dimentichino di inoltrare lo stesso invito a “Denis Verdini e Nicola Cosentino”. Un vero istrione. Un esperto del gioco delle tre carte. Uno che mai rinuncia allo sfottò, neppure quando tale rinuncia sarebbe un obbligo, visto che della pratica di Verdini e Cosentino si stanno interessando già non dei giudici di carta ma quelli togati. E non contento di tutto ciò, con l’amica Repubblica recita da par suo il ruolo di vittima.»

  • scritto da dave

    beh mi pare che se è questa la linea che si abbraccia incodizionatamente, si dovrebbe prima di tutto mettere d’accordo con il suo capo, l’on. Granata. Che sulla vicenda che lo vede interessato ripete da un po’ di tempo ossessivamente proprio solo quello, senza rispondere non alle domande postegli dai giornali berlusconiani, ma dai dubbi sollevati da quelli liberi e democratici. La tiritera è sempre stata la stessa: aspetto con fiducia l’inchiesta della magistratura.

    Alemno un minimo di coerenza signori! O come al solito vale solo per gli altri?

    Qui per i giornalisti (sempre memoria brevissima alcuni sembrano avere) e lettori smemorati le domande alle quali il Presidente della Camera non ha mai ritenuto opportuno rispondere, ribadendo anche recentemente intervistato in tv, dopo aver abbandonato il silenzio estivo e fatto il “discorso alla nazione” di Mirabello, in cui ha tranquillamente dato degli “infami” a chi lo ha duramente attaccato e ha paragonato il trattamento che gli è stato riservato alla “lapidazione islamica” (ammetteremo che un filino esagerato quantomeno è sembrato, soprattutto in questo periodo dove c’era in ballo una lapidazione vera in Iran), di avere piena fiducia e di «attendendo serenamente» solo che la magistratura si pronunci.

    “… il presidente della Camera ha un’unica strada per sfuggire a questa guerra mortale, una strada che coincide coi suoi doveri verso la pubblica opinione. È la strada della chiarezza e della trasparenza. Dopo avere detto la sua verità sull’affare Montecarlo, deve pretendere la verità da Giancarlo Tulliani, intermediario e beneficiario della vendita. Fini chieda a Tulliani di rivelare i nomi e i cognomi degli acquirenti e le condizioni dell’affitto. Questo per rispondere al sospetto, ogni giorno più pesante, che Tulliani abbia intermediato per se stesso, dietro il paravento offshore. Solo così si potrà accertare definitivamente che la “famiglia” venditrice non è anche la “famiglia” acquirente».
    La Repubblica, 11 agosto 2010.

    Questo le domande poste dal Corriere l’8 agosto 2010.

    1) A chi è stato venduto l’appartamento di Montecarlo ereditato dalla convinta sostenitrice della destra? Gli atti parlano di società offshore, la «Printemps Ltd», la «Janson Directors Ltd» e la «Timara Ltd» con sede nelle Piccole Antille, dietro cui si nasconde un misterioso compratore che almeno Francesco Pontone, delegato da Fini alla firma dell’atto di vendita, dovrebbe conoscere.

    2) Perché Alleanza nazionale ha accettato un prezzo, 300.000 euro, che, anche tenendo conto delle spese di ristrutturazione, è sensibilmente inferiore a quello che tutti gli esperti di mercato nel Principato ritengono giusto?

    3) Come si è verificata l’«inspiegabile coincidenza» (il copyright è sempre di Francesco Pontone, uno degli amministratori dei beni di Alleanza nazionale) dell’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte abitato, alla fine della girandola delle società offshore, dal fratello della compagna dell’onorevole Fini, Giancarlo Tulliani?

    Che con un editoriale in prima pagina firmato dal suo vicedirettore continuava così:

    la rilevanza che il caso ha assunto dovrebbe spingere il presidente della Camera e gli amministratori del partito a chiarire in tempi rapidi (non aspettando interrogatori e complicate rogatorie internazionali) alcuni punti oscuri, difficilmente comprensibili da parte dell’opinione pubblica.

    Qui era invece il direttore dell’Espresso il 13 agosto 2010:

    perché sulle domande di fondo una risposta definitiva ancora non c’è: perché Fini s’è interessato a quella casa che apparteneva al patrimonio di An? Perché è stata venduta a un prezzo stracciato? Chi si nasconde dietro la società estera che l’ha acquistata? Il cognato, o questi si è limitato a fare da tramite? Perché poi l’appartamento è stato affittato proprio a lui? E che necessità aveva Tulliani di una residenza a Monaco?

    Quindi nessuna lapidazione, solo legittimi dubbi sollevati dalla stampa democratica, assolutamente garantita (corriere, repubblica, espresso), mi pare di poter affermare senza possibilità di smentita. Mai, in nessun momento il Presidente della camera e attuale leader del Fli, mi sembra abbia ritenuto opportuno rispondere ad alcuno dei dubbi sollevati, che continuano a stare li in attesa che la magistratura si pronunci. Sparando a raffica, contemporaneamente, decine e decine di denunce alla stampa avversa, che quando si sono arrischiati a farlo altre alte cariche istituzionali, è sempre equivalso immediatamente, così almeno mi pare di avere letto per anni, al tentativo violento e antidemocratico di imbavagliare la libera informazione da parte del potere.

    Come potremmo definirlo, eventualmente, caso da manuale di doppiopesismo o che altro?

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