La sera in cui Marco disse
il suo addio al suo mondo

martedì 3 agosto 2010
07:20
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Rossella Accardo

(rp) La sera in cui Marco disse addio al mondo era all’inizio di gennaio. Faceva un freddo cane. “Si è ucciso il figlio di Maiorana – Stefano? Ma se dicono che è in Brasile? – No, no, l’altro, Marco”. A malapena il cronista sapeva dell’esistenza di un altro fratello. Le indagini e le parole si erano concentrate tutte su Stefano, sul suo sorriso incerto e tagliente, nelle copertine di quotidiani e settimanali. Marco, chi era costui?
La risposta in via Arimondi. Da lì, dalla finestra di un balcone residenziale, Marco aveva spiccato il suo volo fino al suolo, accanto ai locali del commissariato di polizia. Da figura marginale era salito al rango di protagonista centrale della tragedia della sua famiglia.  Il corpo non c’era più. Forse i corpi dei suicidi, specialmente dei ragazzi,  andrebbero mostrati nelle scuole nel loro orrendo disfacimento. Sarebbe una lezione salutare per chi pensa romanticamente all’atto estremo, come se fosse un gesto di coraggiosa ribellione. E invece è solo carne che va a male, senza più anima. Chi era Marco? Lo dicevano gli occhi, le mezze frasi, gli sguardi di via Arimondi. Una piccola folla di ragazzi straziati si era radunata sotto il balcone. Lo dicevano le nuvolette congelate sfiatate dalle bocche, perché recavano il cristallo di una benedizione esplicita o silenziosa. Erano scaglie di purissimo amore. L’avrebbero detto in chiesa, qualche giorno dopo, le urla di sua madre, il silenzio dei nonni. Nero su nero di una tragedia senza fine.
La sera in cui Marco disse addio al mondo, i cronisti di Palermo non la scorderanno più. Dopo ci fu la routine del pezzo da scrivere in fretta, della cena solitaria e cupa che celebra, a notte alta, la fine del lavoro. Tutto già visto. Eppure, non dimenticheremo più.
Marco Maiorana sarebbe diventato un uomo in gamba senza quel volo. Ora lo trovate solo su Facebook che fa il gesto di Fonzie con il pollice, nel camposanto virtuale dei dipartiti precocemente. Avrete l’impressione di parlarci, di toccarlo, il sorriso di Marco. Ma se gli chiedete l’amicizia, lui non vi risponderà.

 
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