Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.
Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.
Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.
Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.
Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.
La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.
Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.
Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.
Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.
Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.
Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.
Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.
Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.
La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.
Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.
Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.
D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.
Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita. Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.
*( La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore).











Mi ricordo l’estate degli attentati.Vivevo da poco in Italia.Stavo su una spiaggia sul litorale romano,quando alla radio hanno dato la notizia.Da allora non ho smesso di interessarmi delle attualità siciliane,dei fatti divenuti misteri,del pianeta Sicilia in generale.
Ricordo ancora di un articolo,fatto appena poco dopo le stragi,credo un intervista fatta a lei,Dott.Manfredi Borsellino,che parlava della vostra infanzia,in particolare ricordo di una storia di una bicicletta forse regalata a qualche amichetto più povero…non ricordo bene ma l’articolo ce l’ho conservato da qualche parte nella mia enorme collezione di articoli ritagliati.Articoli su Falcone, Borsellino,sui loro colleghi divenuti vittime precedentemente,su tutta la storia legata a loro dal giorno della loro scomparsa.Falcone e Borsellino, due grandi uomini che hanno pagato per il loro desiderio di giustizia,per la loro voglia di cambiare qualcosa.Due uomini umili che hanno lasciato un segno indelebile.Qualcosa hanno cambiato però,non quel che volevano ma hanno fatto che il mare non sia più calmo,che ci siano sempre le onde più o meno alte,come segno di un possibile cambiamento.
Per concludere,Falcone ed il Suo papà hanno lasciato un forte segno agli uomini,ai magistrati che oggi seguono le loro orme.Ho conosciuto personalmente uno dei magistrati di Palermo,l’ho sentito parlare dei suoi colleghi uccisi,non dimenticherò mai nè il suo sguardo nè le sue parole.
Grazie per aver condiviso con noi lettori questo frammento dei suoi ricordi.
Ricordo la prima cosa che pensai il 19 luglio di 18 anni fa: adesso non c’è proprio più speranza; è veramente finita.
Senza parole .Che forza , che lucidità .Da cittadino di questa terra e da italiano provo sentimenti di mortificazione nei confronti di questa famiglia che con con un coraggio fuori dal comune e con un senso civico da manuaale hanno dato ( e continuano a dare ) L’ESEMPIO !!!. Se ognuno di noi facesse anche in minima parte quello che quel galantuomo del Dott. Paolo Borsellino ha fatto ( e come si legge nella testimonianza non solo nel propio lavoro ma anche come padre si è superato visto quello che stanno facendo i figli ) vinciamo la guerra in due minuti .
Al Dottore Paolo Borsellino ed ai suoi familiari l’ammirazione possibile ed immaginabile .
Grazie all’infinito per essere d’esempio x tutti noi .
Onore alla moglie e ai figli che hanno raccolto e fatto fruttare gli insegnamenti del grande uomo e giudice .
Non hanno approfittato della disgrazia per fare le loro fortune politiche e professionali. Non hanno appofittato del nome per diventare onorevoli o capo popolo come invece ha fatto la sorella.Bravi vostro padre è sicuramente orgoglioso di voi.
Bravi ragazzi, siete andati avanti con le vostre forze,senza profittare del vostro cognome. Cosa differente dovrei dire per la vostra zia, ma per rispetto a vostro padre, dico solo un lanconico “no comment”
Stavo stirando, preparandomi a partire, il giorno dopo, per Palermo, la TV accesa. Intorno alle 17.00, sento la notizia. Incredula, mi sentii schiacciata, piegata, pensai: “Ancora?! Di nuovo?! Ancora?!Hanno vinto! Avevano vinto con Falcone… stanno stravincendo … con Borsellino…Hanno suggellato, così, la loro forza! Non ce la faremo mai, contro di loro, sono troppo feroci!!!! ” Dopo neanche due mesi il ripetersi di un crimine tale mi diede come un “colpo”: mi sentivo “piegata”, con il capo chino… Che strano… mi rivedo in quella stanza, in quei gesti e rivivo quelle sensazioni, ogni volta che si parla di Via d’Amelio, come ricordo esattamente ciò che facevo e sentii quel sabato pomeriggio del 23 maggio… Non avrei immaginato che, oggi, le cose sono un pò cambiate; mi consola ciò che diceva Falcone della mafia, che essa è un fatto “umano” e come tale ha avuto un inizio e avrà una fine. Intanto io, insegnante, continuo a parlare di Legalità, a esserne – tento – un esempio.
Grazie, ancora, a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino.
COMMEMORAZIONI STRAGE VIA D’AMELIO
IL SINDACATO DI POLIZIA UIL
NON ADERISCE ALLE MANIFESTAZIONI UFFICIALI
PROSEGUE LO STATO DI AGITAZIONE DEL SINDACATO DI POLIZIA UIL CONTRO LA MANOVRA FINANZIARIA 2010.
I RAPPRESENTANTI DEI POLIZIOTTI HANNO DECISO DI NON ADERIRE ALLE MANIFESTAZIONI UFFICIALI PER LA COMMEMORAZIONE DEL 18° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI VIA D’AMELIO.
DICHIARAZIONE DEL SEGRETARIO GENERALE PROVINCIALE GIACOMO BENANTI: “E’ una scelta sofferta, ma dovuta proprio per tenere alto il ricordo del sacrificio di quei colleghi che in via d’Amelio hanno perso la vita, ma ancor più è dovuta a tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine italiane che, ogni giorno, rischiano la vita per poco più di mille euro al mese e che in questa manovra finanziata vedono negati i principi base della specificità del comparto sicurezza e difesa. Abbiamo deciso di non consentire che le giornate del ricordo e delle commemorazioni siano ridotte a sterili passerelle, con una solidarietà di facciata da parte della politica italiana, che poi di fatto si concretizza nell’approvazione di norme che ledono la dignità personale e professionale degli uomini e delle donne in divisa.”
LA DECISIONE DELLA UIL POLIZIA SEGUE AD UNA SERIE DI MANIFESTAZIONI DI VOLANTINAGGIO, TENUTESI NELLE SETTIMANE SCORSE, NELLE QUALI I RAPPRESENTANTI SINDACALI DELLA CATEGORIA HANNO RACCOTO LA SOLIDARIETA’ DI NUMEROSI CITTADINI NEI LUOGHI SIMBOLO DEL SACRIFICIO DEI POLIZIOTTI PALERMITANI (ALBERO FALCONE DI VIA NOTARBARTOLO GIORNO 30 GIUGNO, VIA D’AMELIO GIORNO 1 LUGLIO , LARGO DEGLI ABETI GIORNO 2 LUGLIO).
Palermo, 18.07.2010
LA SEGRETERIA PROVINCIALE DI PALERMO
UFFICIO STAMPA
Guardavo la tv in un pomeriggio di afa.
L’edizione straordinaria del tg annunciava dell’attentato a Paolo Borsellino ed io, allora 15enne, mi precipitai al telefono per avvisare mio padre, avvocato e grande loro amico, dell’accaduto.
Quella triste notizia ebbe tutto il sapore di una apparente grossa sconfitta per lo stato ed una vittoria per i mafiosi.
Ma le coscienze dei siciliani cominciarono a scuotersi ed a ribellarsi ad un senso di impotenza e di vittimismo.
Oggi il loro ricordo è sempre vivo.
Ed ogni giorno si alimenta di sforzi tesi a non dimenticare. Mai.
Grazie per avere insegnato a tutti noi a credere che la mafia ed i mafiosi possono e devono essere combattuti e sconfitti.
QUESTE CAROGNE NON IMMAGINAVANO NEANCHE CHE ELIMINANDO 2 TOTEM DELLA GIUSTIZIA COME GIOVANNI E PAOLO, AVREBBERO DECRETATO LA LORO FINE, PERCHE L’UCCISIONE DEI NOSTRI CARI EROI,HA RISVEGLIATO IN NOI SICILIANI E PALERMITANI SOPRATUTTO, LA VOGLIA DI DIRE BASTA ALLE ANGHERIE, SOPRUSI E VIOLENZE. ABBIAMO IMPARATO A LOTTARE, A NON ABBASSARE PIU’ LO SGUARDO E LA TESTA, DENUNCIARE PER FARE EMERGERE LA VERITA’. E’ VERO, C’E’ TANTO DA FARE ANCORA, MA GIOVANNI E PAOLO SONO RIUSCITI A TRASMETTERCI LO SPIRITO E LA FORZA PER COMBATTERE. GRAZIE GIOVANNI, GRAZIE PAOLO…SIETE STATI SOTTRATTI ANZITEMPO ALLA VOSTRA VITA TERRENA E AI VOSTRI CARI..MA AVETE SCOPERTO CHE ORA CI SONO MILIONI DI PERSONE CHE VI AMANO, CHE VI ADORANO. COME ME.
A fronte di quanto scritto dal Dr. Borsellino, credo soltanto di potere dire GRAZIE
Ho conosciuto Manfredi giocando con lui il primo torneo di “calcio a 5″ in memoria del PAPA’. Un ragazzo molto molto umile e molto molto educato. Non ho avuto l’onore di conoscere PAOLO BORSELLINO, ma ciò che scrive il figlio è chiaramente il ritratto di un VERO UOMO!!!
GRAZIE
Purtroppo non v’è giustizia che restituisca un padre, un marito, un figlio od un fratello ai proprio cari. Questa è una realtà difficile da mandar giù. Ma resta la grande eredità morale ed umana che ci viene trasmessa dalla dignità della famiglia Borsellino e dai pensieri che Lui stesso ha dato a molta più gente di quanta si possa credere. Se vogliamo tutti quanti essere persone migliori, abbiamo un punto di riferimento che nessuno mai più ci potrà togliere. Grazie.
Sento il bisogno di ringraziarti, caro Manfredi, perché nelle tue straordinarie parole è scritto ciò che soltanto un figlio può raccontare del proprio padre o della propria madre.
E quando le parole usate per ricordarne i loro volti puliti verranno dimenticate, allora attraverso la tua vita e, apprendo con gioia, quella dei tuoi figli, continueranno a vivere i loro preziosi insegnamenti: che possiate sempre essere, per quanti avranno il privilegio di incontrarvi, un esempio di “onesta e silenziosa normalità”. Grazie ancora.
Davide
mi ha colpito molto la lettera pubblicata qui… la mafia grazie a falcone, borsellino si e indebolita di +… mi dispiace solo ke ci siano stati dei politici ke li hanno gambizzati .. ed io personalmente nn li perdonerò mai nemmeno se mi salvassero la vità …
dio perdona io no….
Solo due parole ai grandi uomini d’onore Falcone e Borsellino. Con la vostra morte l’omertà e la paura racchiuse nei meandri del cervello umano, hanno iniziato a farsi strada e a dire al mondo intero “BASTA”! Fuori la malvagità della mafia depravata e malata, fuori tutti i politici corrotti e sanguinari perchè lo stato stesso è mafia. Fuori le belve umane che sono feroci e diaboliche. Avete ridato speranza per un mondo nuovo, migliore. Avete ridato speranza ai giovani. Anche se la vostra morte è stata la nostra morte. Onore e gloria a Falcone e a Borsellino. E speriamo che un giorno i politici restituiranno “l’agenda rossa” ai familiari di Borsellino.
Le morti di Falcone e Borsellino, due grandissimi eroi della Sicilia contemporanea, furono per me, allora ragazzo, motivo di grande dolore. L’odio per la mafia, la sopraffazione, il malaffare, i politici corrotti che infestano la nostra bella isola e tutto il nostro paese non mi hanno mai abbandonato. Un grazie col cuore e con le lacrime agli occhi a Falcone e Borsellino
Con le loro parole e con le loro azioni hanno insegnato ai siciliani il vero significato di LIBERTA’! grazie
Ricordo che quel pomeriggio ero a Trabia, in villeggiatura, e rimasi sconvolto e pietrificato come tutte le persone di buona volontà e coscienza; ancor oggi sono quasi incredulo nel pensare che sia potuto accadere tutto ciò e che gli esseri umani siano capaci di ideare una simile atrocità.
Ma tu, caro Manfredi (scusa se mi permetto il confidenziale Tu), con le lucide parole in memoria di tuo padre, di quel caldo pomeriggio della vostra esistenza tutta (e anche, indirettamente, di quella di tutte le persone perbene e oneste) hai dimostrato una volta di più cosa significhi la serenità d’animo, l’onesta intellettuale, il coraggio, la dignità senza rumore e can can: tutti valori che vostro padre vi ha insegnato e che voi orgogliosamente e fieramente avete assimilato e costantemente dimostrate.
Complimenti davvero e grazie, ancora e sempre.
Grazie …
con le lacrime agli occhi !!!
E’ difficile da sconfiggere … ora che sono arrivati anche al governo !
Fulvio.
Con le lacrime agli occhi!
Una testimonianza che la dice lunga sulla dirittura morale e sui saldi principi di Paolo Borsellino uomo che mi ricorda mio padre!
Ma dice molte cose anche su chi oggi sta usando il cognome illustre per suoi fini personali.
Nulla potrà mai compensarla per la morte di Suo padre. Vorrei, tuttavia, che Le fosse ben chiara una cosa: la morte di Falcone e Borsellino non ha significato soltanto l’inizio della fine della mafia, che prima o poi (ne sono sicuro) arriverà. La morte di questi due eroi rappresenta l’unico evento dell’era moderna che ci ha reso davvero FIERI DI ESSERE ITALIANI. Ricordo ancora quando Suo padre dichiarò che a Palermo era già arrivato il tritolo per lui. Ciò che mi colpì maggiormente, tuttavia, fu il Suo comportameto nei giorni successii alla morte del Suo amico, il Suo rifuggire dal clamore mediatico e da un allarmismo che pure sarebbe stato perfettamente giustificato e, purtroppo, giustificabile. Suo padre, semplicemete, rimase al Suo posto, continuando il lavoro in una stupefacente normalità.
Spesso, ascoltando il Vangelo, la drammatica serenità di Cristo nella preghiera del Getsemani, pur nella consapevolezza dell’imminenza del martirio, mi lasciava dubbioso. Dopo la morte di Suo padre ho creduto un pò di più in Dio, perchè ho visto il riflesso della Sua incredibile grandezza incarnarsi in un UOMO. Sia orgoglioso di Suo padre, sempre. Non solo per ciò che ha fatto in vita, ma per ciò che ha insegnato con la Sua morte a questo sventurato paese.
Ciao Manfredi bello! Dio volesse che, tappandosi gli occhi per non rivedere tanto orrore.., finalmente si sapesse la verità..tutta…Ma certo questo non ti ridarebbe il tuo papà e la vita semplice e onesta e pulita che meritavate di vivere insieme. Vedendo il film in TV domenica scorsa, dove è ricostruito in gran parte quello che tu hai scritto, ho pensato “Splendido uomo, splendida famiglia..” E’ così e questo ti ha reso quello che sei. Per il resto, alla mia età – e dopo tanto pensare e riflettere su tutto il marcio che ha portato via in malo modo i migliori dei cittadini di questo strano Paese – mi viene da dire che se forse è tristemente vero che il sacrificio di papà tuo, di Giovanni, di Rocco e tutti gli altri Uomini che erano con loro non ha portato il risultato che la logica della vita e del cuore chiede è perchè ci sono straordinarie Persone che seguono comunque il loro straordinario imperativo morale di essere retti ed onesti fino in fondo, anche magari racimolando con tanta fatica ed amarezza il coraggio che serve per andare avanti e da soli fino in fondo. E per questo la vittoria è comunque la loro!! Hanno vissuto fino alla fine a quei livelli cui in pochi possono arrivare, e per questo sono comunque loro ad aver vinto la loro guerra di vita da Uomini, anche se la verità – io ho sempre pensato – si conosce da sola…e non la sapremo mai. I vincitori sono comunque loro, sempre vivi nei cuori degli Uomini di “buona volontà”
Un fortissimo abbraccio insieme a tua mamma, tue sorelle e tutti i cari che hanno perso i nostri vincitori. Carla G., Roma.
Anch’io ricordo con precisione quel giorno, ero incinta della mia primogenita e mi trovavo a messa quando una signora si è avvicinata all’altare per dire al prete di comunicare quello che era successo e di pregare per quello. Subito ebbi un sussulto, troppo forte era ancora il dolore che avevo provato per la morte del giudice Falcone, successa proprio due giorni dopo avere saputo di aspettare la mia prima bambina. In quegli anni ho sperato davvero tanto che le cose potessero cambiare, oggi mi sembra tutto così triste….. ma dentro me il ricordo e gli insegnamenti di due uomini così autentici come suo padre e il giudice Falcone sono sempre vivi e cerco di farli rimanere vivi anche nei miei figli e nei tanti alunni che nel mio lavoro di insegnante incontro.
Un affettuoso grazie a loro anche da parte mia.
Grazie….grazie al mio eroe…sicuramente Gesù Cristo lo tiene vicino a se
Grazie
Grazie per avere condiviso con noi lettori questi ricordi e queste sensazioni.
Mi piace pensare che da qualche parte, lassù, guarda e commenta TUTTO quello che succede quaggiù, anche tra alcuni suoi colleghi, con il suo “ghigno”, con il suo sorriso di sempre.