Ciccio Tagliavia, il boss che parla in codice

mercoledì 17 marzo 2010
12:57
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Francesco Tagliavia, 56 anni, il nuovo indagato nell’ambito dell’inchiesta sugli attentati del ‘93 a Firenze, Roma e Milano con le autobomba, e’ un esponente di spicco di Cosa Nostra. Il suo nome compare infatti in numerose inchieste di mafia. Affiliato alla cosca di Corso dei mille, una zona alla periferia orientale di Palermo, figlio del “cassiere” di Brancaccio Pietro, Tagliavia è stato condannato all’ergastolo per la strage di via D’Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. Accusato di molti omicidi, viene indicato da numerosi pentiti come uno dei killer più spietati della cosca, molto attivo anche nel campo delle estorsioni. Non a caso il suo nome era citato nel libro mastro sequestrato al boss Ciccio Madonia, con l’abbreviazione nemmeno troppo fantasiosa di “Ciccio Taglia”, una delle tre persone che gestivano la raccolta del pizzo e delle scommesse clandestine all’ippodromo di Palermo. La “carrierà criminale di Francesco Tagliavia fu interrotta bruscamente il 22 maggio del 1993, quando venne arrestato in una villa di Torretta, in provincia di Palermo. Ma anche dal carcere, dove oggi gli è stata notificata la nuova ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Firenze, avrebbe continuato a dare ordini e a gestire il racket delle estorsioni attraverso i suoi familiari. In particolare impartendo disposizioni alla moglie, Giuseppa Sansone, che fu anche arrestata. La donna era stata inchiodata dalle registrazioni dei suoi colloqui in carcere con il marito. Gli investigatori riuscirono infatti a decrittare il contenuto delle conversazioni in cui il boss si diceva preoccupato per la comparsa di “pesci strani” (nuovi personaggi) che avevano “passato il mare” (erano sconfinati) e ora erano loro a chiedere il “pizzo” ai commercianti. E siccome la cosca era in difficoltà economiche, voleva che il figlio assumesse le iniziative necessarie per risolvere la situazione di quelli che in carcere “muoiono di fame”. Alle vittime recalcitranti bisognava dunque far capire che “quando è Natale, è Natale per tutti”. Ma dopo la una condanna in primo grado con l’accusa di concorso in associazione mafiosa, Giuseppa Sansone fu assolta in appello, insieme al marito. Secondo i giudici, infatti, l’uso di un linguaggio criptico non implica necessariamente che le conversazioni abbiano come oggetto attività illecite.

 
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