“L’orribile attacco alla difesa”

domenica 7 marzo 2010
00:39
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“Ero molto amico di Enzo, l’avevo conosciuto diversi anni fa”. Vittorio Sgarbi ha seguito la vicenda Fragalà molto da vicino. Ha chiesto, per l’amico e uomo delle istituzioni, che venissero celebrati i funerali di Stato. Ha dichiarato l’intenzione di dedicare all’avvocato massacrato la scorsa settimana una strada a Salemi. Oltre i comunicati, le dichiarazioni a mezzo stampa, oltre la maschera pubblica, insomma, Vittorio è andato a porgere l’ultimo saluto all’amico Enzo, nella camera ardente allestita dentro il tribunale di Palermo. Lo ha fatto in silenzio, senza avvisare i giornalisti, senza comunicarlo all’esterno. Un saluto, intimo, personale,  privato,  a un amico. Forse è per questo che, parlando del caso Fragalà, Vittorio Sgarbi non spende come suo solito tantissime parole. “Ero molto amico di Enzo – dice – l’avevo conosciuto diversi anni fa”. Attimo di silenzio, sembra distratto, meglio non interrompere il flusso dei pensieri. Poi prosegue: “Negli anni ho continuato a vederlo avendo consapevolezza di condividere con lui una visione politica comune”.

Come si spiega tutta questa violenza?
“Non lo so. Io credo che non esista niente di più grave dell’aggressione alla parola della difesa. L’omicidio del magistrato, purtroppo, si spiega, nell’ottica perversa, criminale e non scusabile, del colpire chi ‘accusa’ per il rispetto del suo ruolo e della legge. Ma l’avvocato no. Uccidere un avvocato è qualcosa di particolare”.

Cosa c’è dietro questo omicidio?
“Si tratta o della follia di un idiota, oppure è un atto che si lega… non so… ad altro, un atto che attacca, appunto, la parola della difesa. Vede, ormai si uccide la gente per cose estremamente futili. E, ripeto, la cosa che più mi preoccupa è il fatto che l’unica arma di un avvocato sia, appunto, la parola”.

Cosa dire del fatto che sia stato colpito in pieno centro, alle 20 e 30?
“La violenza si pratica nei luoghi dove si ritiene che sia possibile praticarla. Si potrebbe essere portati a credere che la soglia di rispetto della vita a Palermo sia più bassa che altrove. E invece non è così, proprio in questi giorni si è letto del gallerista ucciso a Milano (Giovanni Schubert, fatto a pezzi e sistemato in appositi sacchetti, è stato ritrovato sul fondale del Naviglio, ndr)”.

Perché, secondo lei, certa società civile non si è indignata troppo e in massa di fronte a questa vicenda?
“Credo che sia conseguenza del fatto che non si sa a chi dare la colpa. In Sicilia se non dai la colpa alla mafia non sai a chi altro darla. E così è stato. Contro chi ci si sarebbe dovuti indignare? Contro un pazzo? Forse l’unica indignazione poteva essere per un difetto di sicurezza, ecco. È una situazione confusa, che impedisce di capire con chi ce la si possa prendere”.

Crede che Palermo abbia subito un’involuzione?
“No, non credo. Si è trattato di un atto di violenza. Le ripeto, l’anomalia resta questo attacco alla parola della difesa”.

 
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