“Soffro, ma amo il mio lavoro”

giovedì 4 marzo 2010
15:58
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Ciao Clelia, come stai?
“Bene”.

Clelia Coppone non è solo una voce al telefono. E’ una brava giornalista che chi scrive ha avuto modo di ammirare in tanti frangenti, in tante trincee. Una persona capace e risoluta, con dentro il guizzo giusto, “il fuoco che arde”. Un nome senza eco, forse, per gli architetti di un sistema iniquo che sfrutta e calpesta i sentimenti dei cuori puliti. Una sofferenza. Perchè l’onestà soffre per forza. Trema come un pesce piccolo nella vasca degli squali tigre.
Altrove, sul nostro  giornale, leggerete la sua storia. Chi scrive l’ha chiamata per sapere a che punto è la notte, questa notte che almeno vorremmo chiazzata di minuscole stelle.

Siamo sicuri che stai bene?
“Sono un po’ demoralizzata, ma dal giornalismo, dalla passione per il nostro lavoro, non si guarisce. Mica sono un’eroina…”.

No, sei una ragazza normale. Tutto più complicato.
“Ho sofferto. Sto soffrendo”.

E hai scritto una lettera. La voce del bambino che grida: il re è nudo. La voce di una cronista che squarcia un velo, con una cronaca drammatica di se stessa, del suo mondo.
“Ho avuto la solidarietà di tanti colleghi. Pure del Giornale di Sicilia”.

Chi?
“Pochi redattori. Molti collaboratori e contrattisti. Io non ce l’ho col Gds”.

No?
“No. Soltanto, ho pensato che non fosse dignitoso stare zitta e subire. Non volevo sparire in punta di piedi. Ricordo il mio giornale con affetto. Lì sono cresciuta, lì ho incontrato i miei maestri. Uno su tutti: Giuseppe Mazzone”.

Ti aspetti un intervento dall’ordine dei giornalisti?
“Penso che potrà fare ben poco. Ma sono grata a Franco Nicastro e a Luigi Ronsisvalle dell’Assostampa”.

Nell’elenco della gratitudine c’è spazio per il segretario dell’Assostampa, Alberto Cicero?
“Devo commentare per forza?”.

No. Il sindacato ti ha accusato un’assenza deontologicamente grave agli scioperi
“Che può fare l’ultimo chiodo di una carrozza? Io ero così”.

Il Cdr del “Giornale di Sicilia” si è esposto, però non è stato tenerissimo con te.
“La mia situazione la conoscevano tutti, pure il Cdr. Avrebbero potuto e dovuto prendere posizione prima. Alla luce del sole”.

Ma tu come stai? Ami ancora il tuo lavoro?
“Te l’ho detto: non si guarisce…”.

Non si guarisce.
“No”.

 
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