
Calogero Mannino
Per la Cassazione merita la piena ‘bocciatura’ il ricorso con il quale la Procura della Corte d’appello di Palermo ha chiesto – ai supremi giudici nell’udienza svoltasi lo scorso 14 gennaio – di annullare l’assoluzione dell’ex ministro democristiano Calogero Mannino accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Per la Cassazione il ricorso della Procura non solo confonde la sentenza di assoluzione di primo grado con quella di annullamento con rinvio disposta nel 2004 dalla stessa Suprema Corte “scambiando una parte narrativa della sentenza di annullamento con una parte valutativa che apparteneva, invece, alla sentenza del tribunale” ma si limita ad affermare, senza fornire una adeguata base probatoria, “la notoria compromissione della politica siciliana con la mafia”. Secondo la Cassazione – sentenza 7651 depositata oggi – questa tesi “per quanto accettabile come dato storico culturale, o elemento di cornice sul quale innestare un concreto assetto di elementi e dati a carico dell’accusato, ha però necessità, agli effetti dell’invocato giudizio di colpevolezza del prosciolto Mannino, di un ben più preciso richiamo fattuale e probatorio”. In pratica, “ad hominem” ossia contro l’ex ministro, non sono fornite prove che abbiano “rilievo penale” sulla presunta “stipula del patto elettorale” con Cosa Nostra nel 1981.
Al termine delle 52 pagine di motivazione con la quale la Suprema Corte ha messo la parola fine alla vicenda giudiziaria di Calogero Mannino, i supremi giudici concludono che “alla indimostrata efficienza causale, dell’impegno e della promessa di aiuto del politico (a Cosa Nostra), sul piano oggettivo del potenziamento della struttura organizzativa dell’ente, non può che derivare il proscioglimento del Mannino dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa”. Con questa decisione la Suprema Corte ribadisce che “la promessa e l’impegno del politico di attivarsi, una volta eletto, a favore della cosca mafiosa” realizzano il reato di concorso esterno a Cosa Nostra “a condizione che sia provato che tale patto elettorale politico-mafioso abbia prodotto risultati positivi, qualificabili in termini di reale rafforzamento o consolidamento dell’associazione mafiosa”. Altrimenti non è possibile condannare nessuno sostenendo un “apodittico ed empiricamente inafferrabile contributo al rafforzamento dell’associazione mafiosa in chiave psicologica: nel senso che, in virtù del sostegno del politico, risulterebbe automaticamente aumentato, ‘all’esternò il credito del sodalizio nel contesto ambientale di riferimento, e, ‘all’internò, rafforzato il prestigio dei capi”. Risulta così pienamente convalidata la sentenza di assoluzione emessa nell’appello bis il 22 ottobre 2008 con la quale i giudici avevano evidenziato che Gioacchino Pennino (segretario cianciminiano della sezione della Dc di Brancaccio e uomo d’onore ‘riservato’ della famiglia di Brancaccio), unico e principale accusatore di Mannino, aveva escluso di essersi attivato “in ambienti e contesti mafiosi per favorire l’imputato nelle consultazioni elettorali”. Inoltre la Cassazione ricorda come, in maniera logica e immune da contraddizioni, i giudici dell’appello bis avessero osservato come “appena due anni dopo la stipula del preteso patto politico elettorale con Pennino, il Mannino si attivò non già per aiutare il Pennino stesso, bensì per ostacolarne in maniera determinante l’azione contribuendo ad emarginare sia il suo referente politico (Ciancimino) sia tutto il gruppo a lui facente capo”.











Ormai, avere a che fare col sistema giudiziario è un vero casino (scusate il termine, per quanto io lo intenda già eufemisticamente). Pare che i giudici non sembrino più tanto lucidi. Nei loro dispositivi, spesso compaiono termini che nulla hanno a che vedere col procedimento in corso. Sembra essersi infiltrata nella magistratura una forma di apatia. Pare che ormai, stanchi dell’ingente lavoro a cui sono sottoposti, stiano manifestando segni di stanchezza e di insofferenza.Avranno,per l’amor di Dio, tutte le ragioni di questo mondo per allentare un pò la presa, ma provino a mettersi nei panni di chi si è rivolto al sistema giudiziario per avere giustizia e poi, in un attimo, non si sà per quale motivo, vede rivoltata la sua posizione nel giudizio. Ultimamente, ho avuto modo di assistere a procedimenti in campo del lavoro e vedere come il magistrato, per quanto in aula non lo faccia trasparire, nell’esprimere i propri dispositivi e le relative motivazioni, si accanisca contro il lavoratore.Un tempo non era così. Forse, ho perso qualche puntata, e siamo sotto il potere di qualche regime capitalista? Ormai, le ragioni più che sacrosante del lavoratore, rendono irascibile la sensibilità di certi giudici. Mi chiedo : forse si seccano che i lavoratori rivendicando i loro sacrosanti diritti, si pongono come responsabili del loro disagio? Magari, i signori giudici, nell’esercizio della loro attività, esprimano dei giudizi più sereni, non subendo le possibili ingerenze di altri poteri. Ricordiamo sempre che la Legge è uguale per tutti… o no? facendo tesoro delle mie vicende passate e del presente, mi inducono a non avere più fiducia nella giustizia, per merito di chi la amministra. Qualunque ingiustizia io debba subire, non mi rivolgerò mai più al potere giudiziario, fintanto non scorga qualche bagliore di cambiamento in positivo.
Sono contento. Conoscendolo, ho sempre pensato che fosse un paradosso tacciare di mafiosità una persona lontana mille miglia non dico dalla mafia, ma dal costume mafioso. Calogero Manninno è sempre stato culturalmente e politicamente un uomo libero e ha trasmesso questo senso della libertà a chi gli è stato vicino. Finalmente una sentenza lo restituisce alla sua vera identità.