La memoria nascosta
nell’Isola smemorata

domenica 10 gennaio 2010
01:25
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di MARCO RIZZO “Horror tour” è un termine coniato da Massimo Carlotto, nel suo romanzo “Le irregolari”, sul dramma delle madri di Plaza de Mayo. L’autore, durante un soggiorno a Buenos Aires, percorre le vie della capitale argentina insieme a una guida che, scrupolosamente, gli indica i luoghi dove sono avvenuti rapimenti, stragi, esecuzioni, grandi e piccoli drammi ai tempi della dittatura.
In molte città della nostra bella isola, e in particolare a Palermo, un “horror tour” è agevolato dai percorsi segnati dalle posizioni di targhe e altarini e vie dedicate ai martiri della mafia. Con fredda meticolosità, sembra che le targhette semi coperte dalle edere e gli obelischi che sovrastano le auto, siano disposti a monito sempiterno: “Noi siamo ancora qui, in mezzo a voi. Noi vi guardiamo, e non vi abbandoniamo”.
È una visione forse troppo romantica, che si scontra con un dato di fatto: è sempre più facile, tristemente, che quei nomi, con la loro esemplare carica di valori e ideali, vengano ignorati. Non solo dalle nuove generazioni, ma purtroppo anche da chi diciassette anni fa lanciava le monetine davanti la cattedrale di Palermo e scendeva in piazza volontariamente un po’ dappertutto. In una Sicilia sempre più assopita (forse dalle misteriose reazioni chimiche delle montagne di rifiuti), ancora una volta tutto è esagerato, come diceva Borsellino. Se a Milano si vogliono dedicare strade a politici corrotti morti latitanti, nell’isola di Messina Denaro le commemorazioni diventano ordinarie, quasi “d’ufficio”, tanto che i politici riescono ad assentarsi quasi senza scatenare indignazioni. E i più giovani? Nelle aule, docenti sempre più frustrati da un sistema scolastico allo sbando rincorrono i programmi, con poco tempo per parlare d’altro. Chi ci riesce, deve cercare di smuovere le coscienze in concorrenza con interessi più frivoli e esempi d’alto livello – direi quasi ministeriale – che propongono altri modelli d’impegno e di successo. Ogni tanto, un colpo ben assestato alla coscienza collettiva la scuote: e così Peppino Impastato diventa conosciuto ai più grazie a un film diffuso anche nelle scuole, l’esempio di un giornalista come Lirio Abbate che paga vivendo sotto scorta il suo impegno antimafia porta in piazza centinaia di persone a suo sostegno. Certo, ci sarà sempre qualcuno che, trincerandosi dietro citazioni di Sciascia, accuserà i “professionisti” della memoria. Scrittori, giornalisti, parroci, insegnanti, magistrati, parenti delle vittime, poliziotti e politici onesti, tutti presunti campioni di cinismo e spregevoli miliardari grazie ad accorte strumentalizzazioni!
A chi li accusa con fin troppa malizia, forse sfugge che così si devia l’attenzione dal messaggio al complotto, dall’ideale al “curtigghio”. Facendo solamente un favore a chi i ricordi vuole reprimerli. Il “sapere” nomi, fatti, storie, in realtà, diventa una spinta dal basso a osare di più e un invito – anche rumoroso – a chi ci governa. Non c’è ribellione senza presa di coscienza di un problema, dopotutto. Perché in un paese che ha la memoria corta non bastano strade e obelischi. E di certo non basta l’impegno degli uomini delle istituzioni a tagliare i nastri tricolore davanti a giardini, vie o biblioteche: forse questi dovrebbero impegnarsi meglio a tagliare il nastro che stringe ben stretti mafia, affari, massoneria e politica.
Speriamo che qualcuno si ricordi dove sono state messe le forbici.

 
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