Eppure, anche se la vittoria è l’obiettivo, anche se vincere fa godere, non è questo ciò che rimane. Perché alla fine, durante la fatica dell’incontro, dietro gli allenamenti e le sessioni di studio, l’origine di ogni motivazione, di ogni sforzo, di ogni sacrificio non è la vittoria in sé, ma il tentativo di creare bellezza: giocare bene, divertire, stupire, ammaliare con le geometrie che corpo, pallone, schemi restituiscono sul campo di gioco. Creare emozioni che riescano ad imprimersi nella memoria del pubblico. I numeri hanno sì una loro bellezza, ma è fredda, lontana, intangibile. La classifica non racconta una storia. La classifica è solo un indice, una statistica, un guscio senza anima. Ma la memoria di una azione luminosa e sorprendente, la matematica dei movimenti, il colpo del fuoriclasse: sono queste le chiavi per la memoria e per il sogno. Infatti è per questo che tutti giochiamo: per segnare un golle favoloso ed indimenticabile da poter raccontare con fierezza. La bellezza, la gioia dell’atto, lo sport che diventa narrazione. Ecco perché il vero vincente degli ultimi 30 anni di calcio italiano è colui che numericamente non ha mai vinto nulla. Ecco perché il solo pronunciare il suo nome crea malinconia, perché oggi il divertimento semplicemente non c’è. La logica del risultato accende gli animi, non crea bellezza. Il fuoco è fatuo, si accende, brucia, si consuma, rimane solo fumo. Ma la bellezza. La forza fisica che diventa armonia nell’occupazione e nell’apertura degli spazi. Una squadra che pulsa all’unisono, veloce e spregiudicata, simbolo incarnato della libertà e del divertimento che sono proprie del gioco. Perché la bellezza diventa sempre carne. La bellezza se ne fotte delle classifiche perché si basta da sé e diventa ricordo, racconto, nostalgia. Ecco perché Zdeneck Zeman è l’unico vero vincitore. Gli schemi di Zeman: basta dire questo per pensare allo spettacolo. Non c’è partita. Non ha vinto nell’algebra, ha trionfato nell’immaginario. Perché ha divertito, ha sorpreso, ha ridato felicità. Zeman, il taciturno che non sorride mai e che fuma sempre. Gol all’incrocio dei pali.











Zeman, l’Eroe. Applausi
“l’origine di ogni motivazione, di ogni sforzo, di ogni sacrificio non è la vittoria in sé, ma il tentativo di creare bellezza”.
Mi piace moltissimo.
La bellezza zemaniana era, prima di tutto, condivisione, gruppo, fatica. Era il Sogno alla portata di tutti, gregari compresi.Anche l’ho amato e continuo ad amarlo Znedeck Zeman. Il suo calcio mi affascinava ma, soprattutto, era, per me, metafora di vita. La riscossa degli umili. La fatica riconosciuta, premiata. Un sogno diventato, almeno in parte, realtà. Quel suo Foggia proletario sempre all’arrembaggio che divertiva, che si divertiva. Che faceva e prendeva golle come dice Davide Enia. Fregarsene del risultato ad ogni costo, un lusso impensabile ai giorni nostri. Eppure…
che dire? bello bello bello, come l’autore :-)