L’arancina è maschio o femmina?
Il dilemma si risolve al primo morso

domenica 13 dicembre 2009
11:32
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“Arancina o arancino?”. “This is the question”. A spaccare in due la Sicilia, forse più del calcio, anche adesso che il Catania raggiunge il Palermo in serie A, è l’eterna diatriba linguistico-alimentare. Qualcuno pensa che non valga la pena affrontare il problema, mentre altri si infervorano a tal punto da litigare con amici e fidanzate fuorisede per stabilire quale sia la dicitura più corretta.
Due le scuole di pensiero: la prima, riconducibile alla Sicilia occidentale, preferisce declinare il vocabolo con la ‘a’. La seconda, tra lo Stretto e le pendici dell’Etna, attribuisce al manicaretto il genere maschile. Affascinati da questo mistero culinario e linguistico abbiamo voluto risolvere una volta e per tutte il dilemma.

La querelle trova spazio anche su Internet: nei forum e nei blog. Cominciamo da un esempio emblematico. Su un forum Peppe interviene sostenendo che la corretta dicitura sia ‘arancina’ perché la gustosa vivanda sarebbe stata inventata nel capoluogo siciliano, dove appunto prende questo nome (“Qui a Palermo è femmina e visto che l’abbiamo inventata noi abbiamo il diritto di chiamarla come vogliamo”). Spostandoci sul forum della Rai troviamo una risposta di un “vero catanese” (così si definisce) che scrive “arancino (a Catania è ‘masculo’, a Palermo, dove credono di avere inventato anche il Padreterno, lo appellano al femminile)”. Insomma, ci troviamo di fronte ad uno scontro sulla paternità del termine. È quella che abbiamo battezzato “teoria del copyright”: chi l’ha inventata ha il diritto di darle il nome che vuole. C’è da chiedersi però se si possa stabilire con certezza l’origine dell’appetitoso manicaretto e in ogni caso se in principio a Palermo si chiamasse proprio ‘arancina’.

Sempre sul forum Rai c’è un intervento che va oltre questa spiegazione e che riportiamo per intero: “Tendo a sottolineare che si chiamano arancine perché la forma tonda e dorata ricorda l’arancia, quindi si dice arancina e non arancino (almeno fino a quando non darete all’ottima preparazione la forma di un albero)”. Tutto fila liscio, catanesi e messinesi non ce ne vogliano: forma e colore sono quelle del frutto dell’arancio che in italiano si chiama ‘arancia’, dunque il nome corretto è ‘arancina’. Questa la seconda strada che possiamo percorrere. È la “teoria dell’origine”, l’abbiamo voluta chiamare così perché deriva dall’etimo della parola.

Adesso è arrivato il momento di toccare con mano, o meglio, con i denti e andare al bar a chiedere – senza paura di sbagliare – una bella arancina. Ma, proprio quando crediamo di aver risolto l’arcano, il dizionario ci contraddice. Abbiamo consultato due dizionari di siciliano: il Mortillaro e il Traina, entrambi del diciannovesimo secolo. Tutti e due riportano il termine ‘arancinu’, nome che dunque i nostri antenati usavano per indicare quella palla di riso fritta tanto appetitosa. In italiano diverrebbe dunque ‘arancino’.
In realtà però il nostro dialetto non fa distinzione tra il frutto e l’albero, indicando entrambi col termine ‘aranciu’. ‘Arancinu’ sta quindi per “aranciu nicu”, cioè “piccola arancia”, ovvero ‘arancina’.

È interessante notare, tuttavia, che in nessuno dei dizionari della lingua italiana consultati sia presente il termine ‘arancina’ ma solo il suo corrispettivo maschile. È soprattutto curioso constatare che nello Zingarelli il secondo significato di ‘arancio’ è il frutto agrumato. Di conseguenza alla voce ‘arancino’ troviamo anche “piccola arancia”.

Insomma, tirando le somme potremmo dire che, al di là di quanto scrivano i dizionari, la traduzione più esatta sarebbe ‘arancina‘ mentre in siciliano ‘arancinu‘ è il termine migliore. Ciononostante non crocifiggiamo chi si ostina a nominarlo ‘arancino’, perché anche l’italiano, come abbiamo visto, fa confusione tra il frutto e l’albero.

Sebbene adesso ne possiamo avere una visione speriamo più chiara, sembra comunque che il nodo gordiano sia impossibile da sciogliere e sia destinato a rimanere confinato eternamente in quel luogo insondabile dove risiedono i grandi misteri dell’umanità… e della lingua italiana.

di Valerio Droga e Giusto Lo Bue

(Tratto da Ateneonline.it)

 
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