Mondello e il corpo di un barbone

mercoledì 11 novembre 2009
10:01
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E’ vuoto stamattina l’atrio del Roxy bar in piazza Mondello, a Palermo. Sotto la sua tettoia giace il corpo senza vita di Giovanni Amato, un barbone di 60 anni.  La piazza è affollata ma tutto intorno regna il silenzio, forse per rispetto a quel corpo senza vita, stroncato dalla notte. I carabinieri presidiano il bar in attesa del medico legale. La gente è attonita, non riesce a credere che quella figura così familiare per la piazza non ci sia più. 
Giovanni viveva per strada a Mondello ormai da circa dieci anni, ma era originario dello Zen. La sua è una storia di distacco da una famiglia di cui continuava a custodire i ricordi. Giovanni, infatti, girava con le fotografie dei due figli e le mostrava alla gente del luogo  con amore. Mostrava anche le foto della moglie, morta tempo addietro. Secondo il racconto di quanti lo conoscevano a Mondello, Giovanni avrebbe cominciato la sua nuova vita da senza fissa dimora, dopo la morte della moglie.  Oltre alle disavventure familiari, Amato negli ultimi anni aveva patito anche dei problemi di salute e qualcuno racconta di un intervento subito alla gola, ma si tratta di voci raccolte tra passanti su un “fantasma” dei giorni nostri, un “invisibile” che ha concluso i suoi giorni all’addiaccio in una fredda alba d’autunno davanti al mare mosso di Mondello.  Di certo c’è che stanotte il freddo, probabilmente, ha stroncato un uomo che era diventato un barbone. La diagnosi del medico legale è stata: arresto cardiocircolatorio.

 
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Commenti

  • scritto da Piero

    é triste, è davvero triste leggere questo articolo, mi fa sentire del vento freddo nel cuore, freddo come quel vento che probabilmente ha messo fine alla povera vita di quest’uomo come noi, si come noi attenzione perchè potrebbe succedere a tanti di noi magari ci sembra cosi lontana l’idea ma.. una malattia mentale, un rovescio finanziario, dei lutti familiari, o altri simili eventi che non tendiamo a non pensare mai come possibili nella nostra vita, potrebbero precipitarci in questo tunnel senza fine.
    Quando guarderemo il prossimo derelitto per strada pensiamo a ciò, e invece di dire tra noi che dovrebbero pensarci altri (parenti, istituzioni, ecc) facciamo qualcosa pure noi, del mangiare, del vestire, parlargli (non sono appestati) chi magari potrebbe si perchè no, tentare di reimmetterli nel mondo lavorativo, insomma dalla più piccola cosa come una parola, a magari qualcosa di più grande e importante; per non sentire più questo freddo nel cuore e..
    e per non pensare più che se è morto, e anche stata colpa nostra, è anche stata colpa mia.

  • scritto da olimpia

    io sono la nipote !!!caro piero hai scritto davvero delle belle parole!!

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