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Strage Borsellino, il processo si rifarà
Il giudice disse: “Mi ha tradito un amico”

(di Attilio Bolzonida Repubblica) Il processo per l’uccisione di Paolo Borsellino è oramai da rifare. Il primo pezzo sta già andando verso la revisione: usciranno di scena i falsi attentatori, entreranno nel nuovo dibattimento gli ultimi sospettati, resteranno sospesi sui loro ergastoli i mandanti mafiosi e resteranno coperti nel segreto ancora per un po’ di tempo quei “mandanti altri” – gli occulti – che avrebbero deciso la strage insieme ai boss. Si ricomincia daccapo per tutti i massacri siciliani dell’estate 1992.

I pubblici ministeri di Caltanissetta studiano in questi giorni le carte per inviare alla Corte di Appello di Catania, competente per territorio, una tranche del primo processo Borsellino. E intanto hanno spedito una raffica di richieste ai capi dei servizi segreti, il vecchio Sisde e il vecchio Sismi, per “l’identificazione” di almeno una dozzina di agenti segreti coinvolti in “operazioni sporche” in Sicilia. Sono investigazioni ad incastro. Ogni giorno, a Caltanissetta, sfilano testimoni eccellenti che ricostruiscono vicende di 17 anni fa. Come due magistrati che, a metà mese, si sono presentati al procuratore capo Sergio Lari e al suo vice Domenico Gozzo. Due giovani colleghi di Paolo Borsellino a Marsala, un uomo e una donna. Hanno messo a verbale: “Un giorno di quell’estate siamo andati a trovare Paolo nel suo ufficio a Palermo, era stravolto. Si è alzato dalla sedia, si è disteso sul divano, si è coperto il volto con le mani ed è scoppiato a piangere. Era distrutto e ripeteva: “Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito…”".

I pubblici ministeri di Caltanissetta ora stanno provando a scoprire il nome di quell’”amico” e provando a capire se il “tradimento” sia legato alla trattativa fra Mafia e Stato forse proprio all’origine della morte di Borsellino. S’interrogano testimoni e s’indagano nuovi protagonisti dei misteri e dei crimini siciliani. Mafiosi e funzionari di polizia che al tempo seguirono l’inchiesta, uomini dei “servizi”, picciotti che trasportarono auto e esplosivi. Cambia anche l’”epicentro” mafioso delle indagini. Si sposta dalla “famiglia” della Guadagna (quella del pentito fasullo, Vincenzo Scarantino, che si autoaccusò della strage) a quella di Brancaccio (quella di Gaspare Spatuzza, il pentito che ha smentito Scarantino ammettendo di essere stato lui a portare l’autobomba in via D’Amelio), cambiano gli scenari mafiosi e non solo quelli.

La caccia è anche agli altri, agli “esterni” a Cosa Nostra, quelli che insieme ai boss avrebbero “ideato e organizzato” la strage. Si cerca ancora il misterioso agente segreto con “la faccia da mostro”, l’uomo che sarebbe stato visto sia “nei pressi dell’Addaura” – quando mafiosi e “servizi” volevano far saltare in aria Falcone nel giugno dell’89 – e l’uomo – secondo le rivelazioni di Massimo Ciancimino – che complottava con suo padre, don Vito. Nelle ultime ore si è diffusa la voce che “faccia da mostro” era stato identificato. Falso. Poi, ieri, un foglio locale ha riportato la notizia che l’agente con quel volto deformato è stato avvistato anche in via D’Amelio il giorno della strage. Falso.

Nella convulsa nuova fase d’indagine sulle stragi siciliane si rincorrono notizie vere e taroccate, come se qualcuno avesse ricominciato ancora con manovre e depistaggi. In questo clima i pm di Caltanissetta si preparano a trasmettere gli atti del primo processo Borsellino alla procura generale, che poi li invierà alla Corte di Appello di Catania per la revisione.
In tutto sono 47 gli imputati condannati nei tre processi contro sicari e mandanti della strage. La revisione coinvolgerà sicuramente i protagonisti del primo dibattimento. E cioè il falso pentito Vincenzo Scarantino e il suo compare Salvatore Candura, poi Salvatore Profeta che era indicato da Scarantino come il “committente” del furto della Fiat 126. E infine Giuseppe Orofino, il proprietario del garage dove fu “preparata” l’autobomba. Molti degli imputati del processo bis e ter non saranno trascinati in un nuovo processo. Soprattutto quelli della Cupola, già condannati come mandanti. Al contrario, alcuni dei loro vice potrebbero vedersi annullato l’ergastolo. Ma c’è già un primo ostacolo “tecnico” per la revisione: a Catania, dove dovrebbe rifarsi il processo, procuratore generale è oggi Giovanni Tinebra che era procuratore capo a Caltanissetta quando si avviarono le indagini sulla strage Borsellino. C’è il rischio serio che il processo venga trasferito in un’altra Corte di Appello ancora: quella di Messina. In attesa di nuovi riscontri su via D’Amelio i magistrati raccolgono informazioni anche su Capaci. Il pentito Gaspare Spatuzza ha raccontato che “una parte dell’esplosivo per uccidere Falcone viene dal mare”. L’hanno pescato nel Tirreno, polveri di bombe della seconda guerra.

Sarà classificato top secret il famigerato “papello” che dovrebbe consegnare Massimo Ciancimino. Oggi i magistrati lo aspettano a Palermo. Chissà se il figlio prediletto di don Vito questa volta porterà il suo “tesoro” di carte.

 
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Commenti

  • scritto da Adduso

    Mi auguro che non sia la strategica mossa della “porta che viene aperta” e tutti li ad aspettare speranzosi.

    Siccome il tempo passa per tutti, quando non ci sarà più nessuno ad aspettare, la porta verrà richiusa.

    Lo Stato italiano notoriamente funziona così.

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