Voglio un genero di nome Brambilla

venerdì 17 luglio 2009
11:40
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Raffaele, Salvatore, Calogero è difficile che questi nomi li troviamo al nord del Po, forse potrebbero essere solo i figli di emigrati dell’esodo del dopoguerra quando un esercito di bravi contadini artigiani e muratori andarono nel continente per donare le loro esperte mani all’industria metalmeccanica dell’evoluto nord.
Mani che cesellavano il legno, o modellavano la ceramica, che innestavano un rametto di mandarino ad un albero di arancio, si trovarono ad avvitare bulloni e saldare lamiere mortificando la loro arte.
Un patrimonio di mestieri e capacità  dilapidato e dissolto negli alti forni delle acciaierie del continente.
Ma ancora oggi contribuiamo a costruire l’europeo nord Italia. Stavolta non con il sudore e con le braccia ma con l’organo che distingue gli uomini dagli animali. E già, con la materia grigia.
Synapsi e neuroni che pensano sperimentano e dirigono non nelle proprie calde latitudini di nascita o di origine, ma  in quelle più fredde e nebbiose della Padania.
Ma è anche vero  che nell’epoca della globalizzazione, quelli che gli americani chiamano relocation, la facoltà e la capacità di cambiare mestiere o stato di residenza , è da considerarsi oggi una prerogativa necessaria per lo studio e l’occupazione.
Quindi oggi  cresci a Palermo, studi a Milano e lavori a Londra, oppure cresci a Torino, studi a Bruxelles e lavori a Catania.
E invece no!
I flussi continuano ad essere sempre unilaterali. Dal sud al nord, non c’è niente da fare. Non si tratta di relocation ma di pura emigrazione che continua imperterrita ad avanzare verso un’unica direzione, anche se con una forma diversa.
La Sicilia, per carità è cresciuta negli ultimi 50 anni, ma molto meno delle altre regioni d’Italia quindi ha aumentato il suo gap.
Purtroppo non riusciamo ad essere attraenti nei confronti dei nordici e degli abitanti del resto del mondo. Anzi no lo siamo;  soprattutto per  questioni di disperazione verso chi sta più a sud di noi (al sud non c’è mai fine).
Significa che ancora oggi la Sicilia è indietro.
Non sviluppiamo sistema e non siamo nel circuito mondiale della cultura dell’economia della ricerca e dell’università.
Allora quando sentiremo parlare per le nostre strade, nei nostri uffici e nelle nostre fabbriche milanese, torinese, americano o francese e le  nostre figlie sposeranno un milanese che vive a Palermo un americano che vive a Ragusa vorrà dire che il miracolo è compiuto.
La Sicilia sarà  terra che attrae per viverci bene e lavorare meglio.

 
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