Un libro racconta le storie
del popolo Rom di Palermo

venerdì 22 maggio 2009
12:21
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“Che tu possa essere sano e fortunato” è il saluto che sinti, rom, gitani si scambiano ad ogni incontro. Ed è lo stesso saluto che ha aperto,alla facoltà di lettere di Palermo, la presentazione di “Yek dui trin..Rou(t)e”, il libro che raccoglie racconti, esperienze e progetti con il popolo Rom di Palermo. Cinque anni di incontri, di timori superati, di battaglie,o difficili da racchiudere in 130 pagine. Sfogliandole però si entra in uno spaccato di vita e si varca la soglia del pregiudizio e del luogo comune per entrare nella cruda esistenza di una comunità che giorno dopo giorno prova a difendere identità e radici e cerca una cittadinanza negata nonostante 20 e più anni di residenza. “Venite a dormire nel nostro campo per due o tre giorni per conoscerci” è l’invito provocatorio di Hasan Salihi, musicista rom kossovaro, rappresentante della comunità di Palermo. “Trovereste tante sorprese ma vi imbattereste anche con i nostri nemici: i topi, le fogne a cielo aperto, l’assenza totale di servizi”.
La parola residente, cittadino suona strana e sembra quasi il tradimento di quella che comunemente è considerata la vocazione di questo popolo:il nomadismo. “Anche questo è un pregiudizio duro a morire” spiega Alexian Santino Spinelli, docente di cultura rumena all’università di Chieti, poeta e musicista rom( in foto). “In realtà il popolò romanì è una nazione senza territorio, ma in Italia ben il 70% dei rom vi risiede stabilmente”. Il professore fa un excursus storico delle vicende del suo popolo e racconta la fuga dall’India, le persecuzioni sotto il nazismo, il loro sterminio sotto l’indifferenza di tutti. “Quale è stata la nostra arma di difesa? Una mano tesa che chiede insistentemente. Chiede l’elemosina per sopravvivere, ma chiede anche una sicurezza, domanda una patria e una dignità negata”. Le parole cadono come macigni nell’aula magna di lettere, dove alcuni operatori sociali denunciano l’assenza delle istituzioni e l’utilizzo improprio delle risorse che la comunità europea ogni anno destina ai campi nomadi. “Solo per Roma vengono assegnati due milioni di euro ogni anno: ho chiesto case per la mia gente e anche per i romani, ma nessuna risposta è mai arrivata, ci si disperde in mille progetti che non risolvono i nostri problemi”. “In realtà manca il coraggio di passare da una società multietnica ad una comunità interculturale dove i rom non sono mediatori, ma rappresentanti di un popolo e protagonisti del loro presente”, conclude Nazzareno Guarnieri, rom abruzzese, presidente della Federazione italiana rom e sinti. A Palermo in questi cinque anni si è molto investito in questa direzione, dai tornei sportivi, ai laboratori di conoscenza, alla lotta alla dispersione scolastica, ma molto resta da fare per sollevare questo velo che inevitabilmente separa la città dal campo.
Manca il coraggio di mettersi in cammino al fianco di questo popolo e forse la presentazione di questo libro prova a tracciare un sentiero comune percorribile da tutti: rom e palermitani insieme, provando ad essere per una volta tutti “figli del vento”, come cantava De Andrè.

 
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