Toscani choc: “Il Padrino?
Come il crocifisso”

Anche camminando per gli innumerevoli ponti di Venezia si scorge nelle bancarelle quell’immagine familiare, stantìa e cristalizzata: il Padrino e la mafia. Le bancarelle, non solo in Sicilia, sono piene di immagini che ritraggono don Vito Corleone, della saga mafiosa raccontata da Mario Puzo, inscenato in tre capolavori da Francis Ford Coppola. E torna la polemica su queste icone, vendute ai turisti come prodotti nostrani.

La copertina di un videogame ispirato al Padrino

La copertina di un videogame ispirato al Padrino

In prima fila il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, che della lotta alla mafia ha fatto la sua missione.  Queste pratiche ‘’sminuiscono il problema” perl’amministrarore ed è “un’oscenità fare business sfruttando la parola mafia o le immagini del Padrino”. Una cosa “volgare” perché  “non si può scherzare su un fenomeno come quello della criminalità organizzata. Non credo che da parte delle giovani generazioni ci sia pericolo di emulazione ma in ogni caso il fenomeno è diseducativo – sostiene Crocetta- Da una parte parte spinge verso l’aggressività dall’altra fanno apparire la mafia come qualcosa di folcloristico, da portare a casa come un souvenir”.

Di tutt’altro avviso il fotografo-provocatore Oliviero Toscani, assessore alla Creatività del comune di Salemi, guidato da Vittorio Sgarbi. “Se vietano la vendita delle magliette con il Padrino o con la scritta mafia dovrebbero vietare anche la vendita dei crocefissi” ha detto giudicando la polemica sui gadget mafiosi come “pura follia”. Intanto Toscani, come annunciato, avrebbe depositato il marchio M.A.F.I.A. (Mediterranean association for international affair) pur aggiungendo che non è di suo interesse speculare sul marchio ‘mafia’ ma “mi piaceva l’idea di brevettarlo”.

A reinstallare la polemica sulle icone mafiose vendute ai turisti è stato il fiorire di statuette, calamite, magliette e cappellini su Cosa nostra, vendute come prodotti tipici. L’ex senatrice di Forza Italia, Maria Burani Procaccini, che aveva già segnalato il fenomeno ha chiesto una “levata di scudi per comprendere la negatività di messaggi che, invece, passano nell’indifferenza generale come se fossero semplici provocazioni culturali”.

Provocazioni che sono anche digitali: non si contano i giochi elettronici che hanno come oggetto l’organizzazione mafiosa. Così si può indossare e vivere, elettronicamente, la mafia.

 
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